Un piccolo elenco di uomini di Chiesa che hanno sostenuto Pacs e unioni civili
di Stefano Ceccanti, costituzionalista - da "Il Riformista"
14 settembre 2005
C’è molto di sproporzionato nei ripetuti attacchi che da parte ecclesiastica si stanno ripetendo in questi giorni contro Prodi prendendo spunto dai cosiddetti Pacs. Fino a nuove istruzioni la dottrina ufficiale della Chiesa, ribadita in ultimo dal Compendio della Dottrina sociale, sul piano legislativo si limita a condannare «l’eventuale equiparazione legislativa tra la famiglia e le unioni di fatto», sia quelle eterosessuali perché precarie sia quelle omosessuali perché non conformi alla legge morale. Non quindi un qualsiasi riconoscimento diverso dall’equiparazione, come ha puntualizzato ieri, in una delle poche dichiarazioni pacate, il cardinale Pompedda.
Prodi ha proposto di muoversi in una zona intermedia tra i due estremi dell’equiparazione totale (come in Spagna) o del far finta di non vedere un fenomeno in crescita. Ha seguito la via che la Corte costituzionale ha aperto in varie sentenze sugli articoli 2 (tutela delle formazioni sociali, tra cui ha ricompreso le coppie di fatto ) e 29 (primato della famiglia fondata sul matrimonio). La Corte ha potuto risolvere, a causa delle sue funzioni, solo alcuni limitati problemi, ma comunque, dopo aver segnalato che essa «non è indifferente» alla «trasformazione della coscienza e dei costumi sociali», ha rilevato che le unioni di fatto sono un tipo di rapporto «ormai entrato nell’uso e comunemente accettato», anche se ciò «non autorizza la perdita dei contorni caratteristici tra le due figure». Volta per volta, ha quindi deciso se equiparare o meno famiglia naturale e famiglia di fatto. Fra l’altro, una delle sentenze più marcate in termini di equiparazione, la 04 del 1988, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della mancata previsione del diritto del convivente di succedere nel contratto di locazione in immobili privati o di edilizia pubblica, vide come giudice relatore il cattolico Francesco Casavola, relatore anche all’ultima Settimana Sociale di Bologna dei cattolici italiani.
Il cardinal Martini, da arcivescovo di Milano, nel discorso alla città per la vigilia di S.Ambrogio nel 2000, era partito proprio da tali sentenze della Corte costituzionale per sostenere l’opportunità di «considerare l’eventuale rilevanza giuridica di altre forme di convivenza», purché non si pretendesse «l’equiparazione» alla famiglia. «L’autorità pubblica- sostenne Martini - dunque può adottare un approccio pragmatico e certo deve testimoniare una sensibilità solidaristica», fermo restando che «nella famiglia si dà un di più di stabilità… che va giuridicamente premiata». Martini proponeva già allora di passare da una tutela «a chiazze», quale quella garantita dalla Corte, ad una organica, sempre distinta da quella della famiglia.
Se si imbocca questa strada, è allora inevitabile richiamare la strada dei Pacs francesi, non solo in termini di contenuto, che sono ovviamente diversamente adattabili a seconda dei contesti di ciascun paese,ma di metodo. Infatti la legge francese, che non parla né di matrimonio gay né di adozione, è stata il frutto di una larga intesa bipartisan e, anche per questo, non è stata modificata dopo l’alternanza che ha visto prevalere il centro-destra di Chirac e Raffarin. Non è stata quindi una legge imposta da una maggioranza ristretta, nella logica del «bipolarismo etico» che appare condannabile sia quando produce leggi permissive sia quando ha come esito leggi proibizioniste, perché incapace di durare nel tempo e di offrire ad un paese un ragionevole compromesso condiviso.
Quei contenuti e quel metodo sono stati richiamati ad esempio, ben prima di Prodi, da autorevoli uomini di Chiesa che in alcuni paesi si sono trovati invece di fronte a Parlamenti radicalmente divisi. Il cardinale Ouellet, primate del Canada, in una dettagliata presa di posizione rivolta ai parlamentari, affinché essi potessero «votare in piena libertà, con una coscienza illuminata sulle sfide e le implicazioni», il 22 gennaio scorso ha criticato i matrimoni gay richiamando positivamente l’esistenza in varie province della «forma giuridica dell’unione civile che garantisce alle persone di orientamento omosessuale alcuni benefici sociali e patrimoniali. Tale quadro giuridico protegge il loro diritto».
Qualche giorno prima monsignor Blanchet, altro vescovo canadese, aveva ancor più chiaramente affermato che «altri paesi, come la Francia, hanno misurato meglio di noi l’importanza di questa sfida. La Francia ha creato i Pacs», che sono rapidamente illustrati nei loro vari aspetti senza nessun commento critico.
Anche il nuovo presidente della Conferenza episcopale spagnola monsignor Blazquez, in una conferenza dello scorso 4 luglio, ha chiarito che l’opposizione della Chiesa alla legge voluta da Zapatero non va vista solo in negativo, dato che essa ha invitato a prendere come esempio «altri paesi intorno alla Spagna» che hanno scelto «altre forme di rispetto e di salvaguardia di possibili diritti degli omosessuali, fiscali, di sicurezza sociale e altri, come si è fatto in Francia col cosiddetto Pacs».
A che pro allora descrivere quella che è una posizione mediana, di ragionevole compromesso, ritenuta tale in Italia e all’estero anche da autorevoli uomini di Chiesa, come una deriva estremista, laicista, contraria alla dottrina? Si vuole forse sostenere che in Italia spetta alla gerarchia non solo esplicitare i limiti invalicabili di principio (che qui non sono in gioco), ma anche i concreti punti di caduta del compromesso politico-parlamentare in modo vincolante, svalutando i necessari margini di autonomia dei cattolici impegnati in politica? Si immagina di vincolare rigidamente i candidati alle prossime elezioni facendo sottoscrivere impegni con una sorta di mandato imperativo anziché spingere tutti in modo esigente a individuare soluzioni condivise, comprensive delle ragioni di tutti, comprese quelle dei credenti? Avallando il bipolarismo etico quando si pensa di poter prevalere si commettono spesso dei gravi errori di calcolo. La Chiesa spagnola bloccò nella scorsa legislatura una legge sui Pacs e si è ritrovata i matrimoni gay. Forse non conviene demonizzare i mediatori.
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