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Il potere nero dei Pasdaran di Renzo Guolo

da “La Repubblica”
3 novembre 2005

Vecchi fantasmi popolano i sonni iraniani. Fantasmi che possono diventare incubi. Come nei primi anni del khomeinismo, quelli dell´incontrastato potere nero, riemergono gli slogan antioccidentali, le intimidazioni, gli ordigni "dimostrativi", le teorie del complotto, la minaccia di cortei ostili sotto le ambasciate dei paesi occidentali: quella d´Italia e quella, ormai vuota, degli Stati Uniti. Sotto la quale continuano, in queste ore, le manifestazioni che, scandendo slogan come «Morte all´America», «Morte a Israele», rievocano il venticinquesimo anniversario dell´occupazione dei 444 giorni da parte di quegli "studenti della via dell´Imam" con i quali il presidente iraniano simpatizzava.

Ma che succede a Teheran? Alla sollevazione internazionale suscitate dalle parole su Israele di Ahmadinejad, che in questi giorni ha parlato più da militante della Guardia della Rivoluzione che da presidente, il regime risponde con il rilancio della retorica rivoluzionaria. Certo, attraverso i canali diplomatici Teheran fa sapere che non ha mai «fatto ricorso o minacciato di fare ricorso alla forza contro alcun Paese» e che rispetterà la Carta delle Nazioni Unite; ma intanto al ministero degli Esteri si prepara un giro di vite, con la sostituzione di ambasciatori in importanti paesi europei considerati poco allineati al nuovo, vecchio, corso iraniano. E si convoca l´ambasciatore del nostro paese a Teheran. L´Italia è messa sotto accusa per la fiaccolata di protesta organizzata davanti all´ambasciata iraniana a Roma.

Sul piano interno i khomeinisti sembrano usare la crisi internazionale provocata dalle "esternazioni" presidenziali per serrare i ranghi e regolare definitivamente i conti con quei riformisti battuti politicamente alle elezioni e con quei settori, maggioritari, della società tanto disillusi dal tracollo della "primavera iraniana" quanto convinti che il regime sia ormai irriformabile per vie interne al sistema. Il momento sembra propizio ai duri e puri della rivoluzione. Il tramonto dell´era riformista ha messo fine a quel dualismo istituzionale tra potere religioso e potere politico simboleggiato negli anni scorsi, più che dagli stessi Khamenei e Khatami, dalla radicalità delle forze che li sostenevano.

Dopo la fine della breve e contraddittoria "primavera iraniana", caratterizzata in ultima istanza dalla decisione di Khatami di non fuoriuscire dall´esperienza della "rivoluzione religiosa", il potere si è ricomposto. Oggi l´ex presidente non può che limitarsi a prendere le distanze dal suo successore, accusandolo di «creare problemi» al paese con le sue sortite estremistiche. Ma la ricomposizione al vertice non ha fatto uscire il regime dalla crisi. Non solo continua a essere guardato con ostilità da parte di quella società che aveva sperato nel sogno riformista ma deve anche offrire uno sbocco alle pressanti domande di quanti, pochi mesi fa, hanno votato per il duro e puro Ahmadinejad. In campagna elettorale ha messo al primo posto i mostazafin, i "diseredati" e ha puntato l´indice contro la corruzione. Lo ha fatto secondo i canoni di un populismo rivoluzionario sorretto dagli slogan di Pasdaran, Basiji e dalle altre organizzazioni militanti, che oggi mostra la corda. E che non può che sfociare nella mobilitazione permanente contro un nemico, esterno o interno. Pena il disvelamento delle illusioni che ha suscitato.

Ed è proprio verso il nemico esterno, nelle vesti di Israele, che il potere nero volge ora il suo sguardo. Il fronte "sionista" resta problematico per Teheran. Israele ritiene l´Iran l´unico serio pericolo in Medioriente per la sua sicurezza e intende impedire, con ogni mezzo, che possa sviluppare tecnologie dual use in grado di trasformarsi, in un futuro assai prossimo, in armi nucleari. L´invito israeliano alla comunità internazionale a stoppare, prima che sia troppo tardi, la costruzione della bomba degli ayatollah, alimenta i timori iraniani sul possibile precipitare della crisi. Per Teheran il "nemico Israele" è dunque, non più e non solo, lo "storico nemico", la "testa di ponte dell´Occidente" nelle terre di quel mondo islamico che "vuole distruggere", ma un "nemico" sempre più incombente, contro il quale mobilitarsi. Da qui la ripresa, con toni accesi, della campagna antisraeliana. Destinata inevitabilmente a estendersi contro "l´Oppressione", ovvero contro gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali. Una mossa audace, ma che conta sull´effetto calmieratore che può venire da un altro fronte aperto, quello iracheno, dove l´influenza di Teheran è sempre maggiore. In un sistema regionale in cui tutto si tiene l´Iran conta di poter giocare la carta irachena per tutelare i propri interessi anche su altri lati della scacchiera. La partita con il potere nero di Teheran è appena cominciata.

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