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In viaggio verso il Partito democratico
di Andrea Orlando

Relazione di Andrea Orlando all’assemblea dei segretari regionali e di Federazione di mercoledì 11 ottobre
13 ottobre 2006

Care compagne, cari compagni,
mi ha colpito in un recente sondaggio, realizzato sul tema della costituzione del Partito Democratico la pressoché esatta identità nella gerarchia delle istanze, delle issues, direbbero i tecnici, che il campione intervistato composto da elettori DS e Margherita denotava.

Rispondono allo stesso modo quando gli si chiede di indicare gli obiettivi del nuovo Partito, quando gli si domanda come spendere 100 euro immaginari a disposizione della mano pubblica, fanno lo stesso quando gli si chiede quali sono a loro avviso i temi irrinunciabili che il nuovo Partito dovrebbe affrontare, l’80% di loro risponde che la prospettiva internazionale per l’Italia sta nell’Europa.
E’ un caso? Credo di no.

C’è un senso comune che ha fatto crescere l’Ulivo e che spiega i risultati elettorali. Costituisce il terreno nel quale può crescere il Partito Democratico. E forse non dovremmo aver bisogno dei sondaggi per capirlo. Fassino ha sottolineato in più occasioni come a dividere siano di gran lunga più le cose che derivano dal passato che quelle che riguardano il futuro.

Questo senso comune si è potuto consolidare perché, come abbiamo spesso ripetuto, sono venuti meno i presupposti oggettivi a molti degli steccati che delimitavano le culture progressiste del secolo scorso, ma non si tratta di
generazione spontanea.

L’elettorato ha premiato la prospettiva unitaria perché noi, sia pure in modo talvolta contraddittorio, gliela abbiamo proposta o almeno suggerita.

E’ una prospettiva che è maturata non solo tutte le volte che abbiamo deciso di presentare un simbolo comune, ma anche e soprattutto per la prassi quotidiana di governo locale che ha visto nell’Ulivo il riferimento di coalizioni più ampie.

Per quanto ci riguarda, questo processo non è il frutto di un incidente, è l’esito della scelta che compiemmo con la svolta, decidendo di “dare vita”, cito testualmente, dai documenti di allora, “ad una forza che unisse i progressisti divisi dalla guerra fredda e consolidasse la democrazia dell’alternanza”.

Alle forze politiche dell’Ulivo spetta oggi il compito di interpretare il sentire comune dell’elettorato.
Alle forze politiche dell’Ulivo compete il dovere di utilizzare quest’occasione per cambiare l’Italia
Solo esse possono innescare questa funzione. Non esiste un’altra strada. E’ il radicamento delle forze politiche ed il loro consenso la leva necessaria a far nascere un soggetto politico più ampio della loro sommatoria.

Il consenso, gli strumenti, i gruppi dirigenti, sistemi di relazione di cui dispongono le forze politiche promotrici, possono apparire un peso per il percorso che dobbiamo fare, uno zaino che talvolta può costringerci a rallentare il passo. Ma in quello zaino c’è il necessario per poter affrontare questo viaggio.

Almeno per l’approdo che abbiamo delineato ad Orvieto, un partito: radicato, popolare, diffuso sul territorio, aperto e plurale.

Sia chiaro non è la nostalgia che ci fa indicare questo obiettivo, è, al contrario, l’analisi concreta della realtà del nostro Paese e del suo futuro, la sua frammentazione, il rischio di declino, la crescita di nuove ineguaglianze, il pericolo di uno svuotamento delle democrazia e della politica ridotta ad amministrazione a fronte del prevalere dell’economia e della finanza in particolare. Tutti questi fattori reclamano un nuovo soggetto politico, una forza però, che per affrontare questi nodi ha bisogno di un rapporto più intenso con la società italiana, più intenso di quello che DS e Margherita riescono oggi a realizzare.

Un rapporto che si realizza appunto moltiplicando le occasioni di partecipazione, rafforzando la presenza sul territorio, costruendo un sistema di relazioni con altri soggetti in grado di rappresentare interessi e domande sociali. In una parola, quello che noi definiamo il radicamento.

Non è dunque la rassegnazione all’esistente a spingerci nella direzione richiamata ma è esattamente il contrario: la consapevolezza delle opportunità che può dare alla politica e al Paese la nascita di una grande forza popolare e nazionale, in grado di unificare sulla base di un progetto alto di riforma della società italiana, interessi e domande che oggi paiono, nella loro rissosa frammentazione, condannare il Paese alla paralisi.

Un progetto che nasce dai valori di cui siamo portatori.
Una grande forza che sia in grado di produrre grande politica, grande per la costante attitudine a confrontarsi con l’interesse generale.

La modernizzazione del nostro Paese, la costruzione della sua democrazia sono state guidate da grandi forze politiche strutturalmente, cioè per dimensioni ed assetto organizzativo (assai diverso), costrette a realizzare sintesi tra interessi, cultura, istanze territoriali diverse. Abbiamo bisogno di questo. Ne ha bisogno in primo luogo l’Italia.

Il baricentro riformista, il timone come lo si voglia chiamare, non risponde ad un’esigenza politologica, bensì ad una domanda storica: se vogliamo fare riforme, se vogliamo incidere nella società italiana, se non vogliamo restare prigionieri dei veti corporativi, degli egoismi e dei particolarismi che caratterizzano la società italiana, abbiamo bisogno di un partito nuovo con la forza di affermare le ragioni della Pace, della democrazia, della giustizia sociale, che riconosca il lavoro ed il merito.

Una forza così concepita, con queste ambizioni, ha bisogno di un sistema di relazioni ed alleanze soprannazionali.
Per questo e non per un richiamo identitario continuiamo a pensare che questa forza debba avere un rapporto strutturato con le più importanti organizzazioni dei progressisti a livello europeo e mondiale. Ovvero il PSE e l’Internazionale Socialista. Stare in quelle organizzazioni, quindi, e lavorare per la loro apertura per favorire l’incontro di tutte le forze progressiste.

In assenza di questa forza i rischi sono evidenti. E di questi rischi e del modo di contrastarli insieme vorremmo sentire parlare di più.

Se la politica diventa amministrazione dell’esistente allora, il nostro compito è quello di mitigare gli effetti di una società bloccata che riduce la mobilità sociale, alimenta la rendita, fa della nascita e quindi dell’eredità sociale l’elemento determinante il destino degli individui.

Una società riflesso di un meccanismo economico bloccato che non generando nuova ricchezza, consegna alla politica il compito di decidere, di volta in volta, a quali garanzie e a quali diritti rinunciare.

Un compito, sia detto per inciso, che non si attaglia esattamente al profilo della sinistra, al di là della sua coloritura.

Inoltre, va detto, che non ci è consentito rimuovere il tema dell’assetto istituzionale del Paese.

E’ evidente che l’involuzione del bipolarismo, provocata dal ritorno al proporzionale, può proseguire in assenza di un’adeguata iniziativa sul terreno delle regole (una strada per la verità non semplice da percorrere) e su quello dell’evoluzione dei soggetti politici.

Ad Orvieto si è dato finalmente il via a questo percorso.
Non perché si sia pregiudicato l’esito della discussione, che sarà rimessa ai congressi delle forze politiche promotrici, ma perché si è definito con esattezza l’oggetto di questa discussione facendo giustizia di molte rappresentazioni caricaturali.

Oggi i nostri iscritti, i nostri militanti hanno gli elementi per poter discutere e decidere. Ciascuno naturalmente, aveva ed ha, il diritto di indicare la posizione che intende assumere riguardo alla realizzazione di questo progetto.

Una larga parte del gruppo dirigente dell’Ulivo presente ad Orvieto, ha detto che intende realizzarlo ed ha, per la prima volta, affrontato il tema del come, cioè della forma del Partito Nuovo. E’, a mio avviso, il segno di un ulteriore passo avanti compiuto sul terreno dell’elaborazione ed è un segnale di concretezza che una platea ampia attendeva.

Nelle relazioni di Scoppola e Gualtieri stanno molte risposte alle domande e alle preoccupazioni manifestate dai compagni della minoranza.

Tanto nella ricostruzione dei presupposti storici, quanto nell’indicazione del progetto e dei connotati culturali del nuovo partito, non trova alcun riscontro l’idea di un soggetto politico moderato o peggio rassegnato all’esistente ed interprete di un pragmatismo senza idealità. Rimando alla loro lettura, e in quella dei documenti conclusivi dei gruppi di lavoro, per una verifica.
Ma il passo più significativo, a mio avviso, che ad Orvieto si è compiuto, riguarda appunto il tema della forza organizzata.

Anche in questo caso, io credo, si è giunti ad un’impostazione che può essere, con gli opportuni approfondimenti, condivisa per coloro che ad Orvieto hanno ritenuto opportuno non partecipare.

Su questo terreno, va detto, si confrontano idee diverse dovute, anche, a causa di letture differenziate dell’esperienza storica dei partiti e della loro funzione nella società italiana.

Si trattava, tra l’altro, della prima volta nella quale queste visioni si confrontavano in una sede propriamente politica, senza infingimenti e senza l’astrattezza think-thank, dei dibattiti politologici, della polemica giornalistica.

Tuttavia le distanze non sono apparse incolmabili ed anzi sono già molte le acquisizioni comuni. In primo luogo sul carattere del nuovo partito. E’ stato detto un partito aperto, plurale e in grado di trasformare la partecipazione in azione di governo.

Un partito aperto, inteso come soggetto appunto popolare, fondato sull’intensa vita democratica, partecipata, radicata e diffusa sul territorio, in grado di rispondere alla pluralità delle domande di partecipazione che non si esauriscono, abbiamo detto, nel contare ma riguardano anche il fare e il sapere.

Un partito plurale, che riconosca il pluralismo culturale e la pluralità dei centri di ricerca politica, che veda al suo interno un pluralismo politico come condizione per rappresentare un perimetro ampio di istanze sociali e di sensibilità.

Come oggi avviene nei D.S., il nuovo partito dovrà riconoscere ai propri iscritti il diritto di scegliere il leader. Le caratteristiche del nuovo partito, la sua consistenza e il suo posizionamento nella coalizione, possono consentire di identificare nella figura del leader quella del candidato alla premiership.

Per questo si è ritenuto utile un approfondimento circa i necessari bilanciamenti: il modello congressuale, l’assetto degli organismi, il rapporto tra centro e territorio, le modalità dell’elaborazione programmatica.

Il tema della transizione è quello che ha visto il permanere delle istanze più consistenti, se ne è avuto riscontro nel dibattito.

E tuttavia anche su questo punto vi sono dei punti di partenza condivisi.

Intanto i tempi che prevedono l’elezione dell’Assemblea costituente fra la fine del 2007 e l’inizio del 2008. Inoltre, il riconoscimento comune dell’esigenza di dare ai soggetti politici promotori adeguata rappresentanza valorizzando il ruolo di propulsori del partito nuovo, insieme a quello del diritto, per ogni aderente, di concorrere alla scelta del presidente provvisorio e dell’assemblea costituente.

Si tratta oggi di approfondire le modalità mediante le quali coniugare il contributo dei nuovi aderenti e il patrimonio organizzativo delle forze politiche. Si è ragionato di fare riferimento al modello di costituzione dell’UE coniugando cioè la spinta intergovernativa con quella degli elettori. Così si può pensare ad un doppio motore partiti, iscritti.

Non sarà semplice, ma davvero non mi pare impossibile.

Da subito ci si è orientati di dar corso ai passi possibili, direi così, a mandati congressuali invariati.

Per noi c’è un mandato che, sin da Pesaro, prevedeva la realizzazione di una federazione tra le forze dell’Ulivo, un mandato che si è già esplicitato con la presentazione delle liste unitarie in più tornate elettorali. Oggi si propone di costituire a partire dai Consigli regionali, i gruppi dell’Ulivo, di dare vita ad una rivista e ad una rete formativa comune.

Infine di far parlare l’Ulivo, in quanto Ulivo, dei problemi concreti degli italiani. Cioè di scuola, sanità, lavoro costituendo forum tematici nazionali e locali su questi temi.

Un primo banco di prova per questo dialogo è rappresentato dall’approvazione della Legge finanziaria.

Si tratta di un passaggio non semplice per la vita del Paese e per il futuro del Governo.

Dopo una fase nella quale il consenso all’esecutivo si è consolidato per la popolarità delle misure di liberalizzazione e l’indubbio successo che ha caratterizzato l’iniziativa internazionale del nostro Paese, oggi si pone di fronte a noi lo scoglio della finanziaria.

Com’era prevedibile e non sufficientemente sottolineato la situazione dei conti pubblici ci costringe ad una manovra difficile per l’eredità della politica di Tremonti.

La proposta che in queste ore approda alle Camere realizza gli obiettivi contenuti nel DPEF: risanamento, equità, sviluppo.

Tre obiettivi realizzati, non senza difficoltà, che corrispondono ai contenuti del programma dell’Unione e all’interesse dell’economia italiana.

Non si tratta dunque di adempiere ai desiderata di Bruxelles. L’obiettivo del risanamento corrisponde ad una necessità del ciclo economico italiano.

Senza una riduzione del deficit pubblico non si colgono le opportunità che derivano dalla ripresa.

La domanda è stata, da subito, al di là delle polemiche estive, se disporsi ad agganciare la ripresa o no.

Se decidere di tornare ad investire, rafforzando e mettendo lo Stato nelle condizioni di contrastare il declino o rassegnarsi a pagare interessi sempre più ingenti sul debito pubblico.

Da qui l’esigenza di procedere ad una riduzione del deficit e di reperire risorse per lo sviluppo.

La Finanziaria risponde all’impegno di procedere al risanamento senza gravare sulle fasce più deboli e rafforzando la lotta all’evasione.

Non c’è in questa scelta, a prescindere da alcune infelici campagne di comunicazione, alcuna venatura auperistica.

C’è, invece, l’ambizione di ripristinare il principio costituzionale e liberale della progressività fiscale oltre a quello semplicemente civile della fedeltà fiscale. Irpef non fa cassa.

La Finanziaria reperisce risorse per tornare ad investire sulle infrastrutture, a partire dai porti e dalle strade.

Nei cinque anni del centro-destra la maggior parte dei
fondi erano stati spesi per finanziare i rinfreschi della posa delle prime pietre piuttosto che per realizzare opere, cantieri.

Si individuano risorse per la scuola, la ricerca, il Mezzogiorno. L’avvio di una politica industriale, la riduzione del cuneo fiscale.

Equità, rigore, sviluppo non sono compartimenti stagni.
Il recupero di potere d’acquisto consentito con l’abbassamento delle aliquote più basse può consentire una ripresa dei consumi, così come la riduzione del cuneo consente una ripresa di competitività; misura che, collegata all’allineamento delle aliquote della tassazione sulle rendite finanziarie, diminuisce lo squilibrio di trattamento tra investimenti produttivi e rendite finanziarie.

Ci sono cose in corso di ripensamento, proprio per non tradire le finalità della manovra.

Una riguarda gli Enti locali, o meglio province e comuni in particolare.

I tagli ai comuni, proprio perché accompagnati da un recupero di autonomia impositiva, rischiavano di compromettere gli effetti dovuti all’abbassamento delle aliquote più basse. Infatti c’era il rischio che i comuni procedessero al recupero delle risorse procedendo ad un inasprimento dei tributi locali e delle tariffe, per struttura meno progressiva della fiscalità diretta.

L’accordo intervenuto ieri evita questo rischio.

L’altro punto riguarda la disponibilità del TFR per le piccole aziende strutturalmente sottocapitalizzate che rischiano, in assenza di correttivi, di vedere ridotte eccessivamente le loro capacità di investimento.

Il confronto su questi punti sta dando risultati ed introducendo correzioni che consentiranno di rendere compiuto e stabile questo primo passo.

Si tratta, va detto, di un primo passo.

Un secondo passo è necessario per affrontare nodi che riguardano l’assetto economico e la competitività del Paese a partire dalla riforma dei quattro capitoli di spesa, in particolare quelli della Pubblica Amministrazione e della Previdenza.

Non per fare cassa, ma per determinare un nuovo assetto del rapporto tra cittadino, imprese e Stato, per ridefinire il welfare italiano.

Per riconoscere diritti a chi ne è escluso dall’attuale composizione della spesa e dell’apparato pubblico.
È chiaro che il tema della riqualificazione della spesa pubblica non poteva essere risolto nella finanziaria.
Qui c’è il bisogno dell’azione riformista per ampliare una discussione che è apparsa , ad oggi, angusta. Una politica, per esempio, in grado di appurare che la qualità di un sistema previdenziale non si misura esclusivamente dal termine per l’età pensionabile. C’è il tema delle condizioni pensionistiche di milioni di italiani, quello della previdenza dei lavoratori precari e, più in grande, delle nuove generazioni, quello della ridefinizione degli ammortizzatori sociali.

Parliamo di interessi che non troveranno immediata rappresentanza nel semplice confronto tra governo e parti sociali. Per questo c’è bisogno di una politica forte in grado di dare voce a chi ne ha poca.

Come i giovani professionisti che attendono la riforma degli ordini o le giovani madri lavoratrici che chiedono una riorganizzazione dei servizi pubblici in grado di attenuare il dilemma tra lavoro e famiglia o, ancora, il sistema delle imprese che reclama la riduzione della tassa impropria rappresentata dai costi di una P.A. inefficiente.

È altrettanto chiaro però che senza questo secondo passo la gestione della finanziaria diventa più difficile ed i suoi contenuti rischiavano di non parlare a tutto il Paese, di non determinare da soli la spinta alla modernizzazione necessaria.

Qui ritorna il tema dei riformisti, della loro unità e del loro ruolo nella coalizione.

Qui ritorna il tema dell’Ulivo.

L’Ulivo, come è avvenuto nelle urne, con queste connotazioni può essere il riferimento di una nuova generazione che approda alla politica non per le indefinibili strade del moderatismo, ma attraverso l’impegno contro la riforma Moratti, il no alla guerra in Iraq. O, ancora, misurando gli effetti del mercato del lavoro da riformare e di uno stato sociale che spesso li esclude.

Il secondo passo si farà e sarà tanto più lungo quanto più avremo rafforzato l’Ulivo.

L’Ulivo anche per questo da subito deve essere soggetto politico e partire dalla campagna di confronto che dovremo sviluppare nelle prossime settimane sui temi economici e sociali.

Orvieto, dicevo, ci consegna una base di partenza per una discussione che coinvolga l’intero partito.

Una discussione che non dobbiamo fare in modo chiuso ed autoreferenziale.

Per verificare e far crescere un progetto che corrisponde ad una domanda del Paese, il dibattito deve aprirsi al Paese, ai cittadini, alle forze sociali.

Organizziamo, dunque, occasioni di dibattito, che evitino in questa fase di prefigurare ritualmente la discussione congressuale.

Apriamo invece un dialogo con la società italiana. Con il nostro elettorato in primo luogo. Non parlo di un’indistinta società civile rappresentata in modo variegato e più o meno autentico. Parlo di quelli che ci hanno dato il voto.

Occorre coinvolgere in campo forze riconducibili ad un’idea ampia di riformismo.

Esiste un riformismo sociale nel sindacato, nella cooperazione, nel volontariato, nell’associazionismo.
Di queste forze in campo il Partito nuovo è il naturale riferimento.

Il rapporto con queste forze è uno dei caratteri essenziali per il radicamento.

Proprio la costruzione unitaria sul terreno politico è un’occasione importante per ridisegnare l’assetto del mondo associativo italiano, solcato in modo forse ancora più innaturale di quello politico dalle divisioni della guerra fredda.

E’ un processo, questo, sia detto per inciso, non meno importante di quello politico al fine di produrre una reale modernizzazione del Paese.

E’ importante per questo coinvolgere esponenti di questi ambiti e in parallelo avviare occasioni anche formali di confronto con le organizzazioni richiamate.

Il dialogo deve rivolgersi anche ad altri soggetti politici, in particolare credo che la nostra attenzione debba rivolgersi a, partire dalla dimensione locale all’area socialista, allo SDI, ma non solo.

Un altro obiettivo di questo lavoro di coinvolgimento deve riguardare le liste e le forze civiche con le quali possiamo confrontarci, a Orvieto si è condiviso il punto, sulla base di un’idea di partito federale che rifletta le peculiarità del territorio.

Tra pochi giorni ricorre l’anniversario delle primarie.
Un buon modo per celebrarlo è dare il via a questo confronto promuovendo occasioni di approfondimento, utilizzando i parlamentari ed i dirigenti presenti ad Orvieto per promuovere incontri con i cittadini, organizzare presidi per la distribuzione dei materiali prodotti.

Diamo il segno, da Sabato e Domenica prossimi, che si muovono le macchine.

E’ spontaneo paragonare questo passaggio ad un altro passaggio cruciale per la sinistra italiana, allora era la forza delle radici a rendere difficile la sfida.

Oggi la difficoltà nasce da un quadro politico in costante evoluzione e da un processo che non si risolve nel dibattito interno di un partito ma nell’intreccio di confronti paralleli che si condizionano.

Come allora è fondamentale il coraggio, l’equilibrio, la compattezza dei gruppi dirigenti affinché tutte le nostre forze contribuiscano a raggiungere la meta.

La campagna congressuale che si avvia costituisce una sfida alta e difficile che impone, come voi sapete, da domani un lavoro intenso.

Possiamo vincerla questa sfida, mobilitando nuove energie e rafforzando il gruppo dirigente diffuso e che già oggi costituisce un pilastro importante per l’Ulivo.

Sarà più facile se sapremo sempre indicare come questo percorso può servire al Paese richiamando la speranza che può generare.

E’ un onere ma è anche un privilegio.

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