Sereni: sul Pd non stiamo in una fase di stallo
di Fabio Luppino - L'Unità
23 novembre 2006
«Sul Pd non siamo in una fase di stallo. A Mussi dico: le regole del partito le abbiamo scritte insieme, se fossero orientali ne avrebbe qualche responsabilità...»
Fassino ha detto che il rinvio del Cn è un fatto tecnico. Ma ogni volta che c’è un intralcio sul percorso, una parte del partito diffida...
«Succede perché non partecipano alla segreteria. Scelta loro, glielo avevamo proposto di farne parte. Tutti vogliamo la convocazione del Consiglio nazionale».
Quando Mussi dice: vogliamo regole certe da partito occidentale, continua a diffidare...
«Non so quand’è che abbiamo avuto regole da partito orientale... Per fortuna abbiamo uno statuto scritto unitariamente».
Mussi c’era?
«Certamente lo hanno scritto tutte le anime del partito».
Quando dice, sempre Mussi, il tesseramento si fermi al consiglio nazionale, dice una cosa nuova?
«No, è previsto dallo statuto».
Chiede la convocazione della Commissione sulle regole...
«È presieduta da un componente della minoranza, l’onorevole Trupia...»
Potrebbe farle una telefonata...
«Spero che non drammatizzi ulteriormente questa questione».
Conviene con Fassino che la stampa è intossicata da veleni di corridoio e veicola cose diverse dai fatti?
«In questo caso non me la prenderei con la stampa».
La marcia verso il Pd è però in una fase di stallo. Emerge quel che divide. Ma come si può chiedere all’iscritto dei Ds di gettare il cuore oltre l’ostacolo e fare comunione dei beni con la Binetti che critica la fiction di Banfi e non partecipa alla commissione Sanità del Senato per non votare un vicepresidente omosessuale?
«Qualcosa si sta muovendo, quel lavoro indicato ad Orvieto. Si è costituita la commissione che deve scrivere il manifesto. Dovranno arrivare dei materiali per i congressi di Ds e Dl. Nel territorio si stanno costituendo gruppi dell’Ulivo. Naturalmente ci sono delle criticità. Ecco, in questo ha ragione Fassino: la stampa parla solo di queste».
L’opinione della Binetti è solo una «criticità»?
«Ci sono tante opinioni, la Binetti ha la sua ma non è quella della Margherita. C’è discrasia tra il dibattito interno all’Ulivo e quello che si vede dai giornali. Non si è vista sui giornali l’unità della coalizione sulla Finanziaria alla Camera».
Riguarda la tenuta di una maggioranza, il caso Binetti attiene alla cultura politica di un partito nuovo...
«La politica si fa per risolvere i problemi del Paese».
Non si costruisce un partito nuovo per risolvere i problemi del Paese. Allora basta quel che c’è...
«Mi accontenterei che il Partito democratico risolva i problemi del Paese... È vero, un partito non è solo un programma di cose da fare. Ma siamo fuori dalla funzione escatologica».
Non è stato un po’ troppo escatologico stare a puntare i piedi sull’appartenenza al Pse. Che non è abbastanza per parte dei Ds ed è troppo per la Margherita...
«Ma perché se dico una cosa di buon senso non vado sui giornali e si vede solo quello che divide?»
La politica deve imparare a comunicare...
«Perché per forza con cose strambe?»
C’è il modo per farlo senza essere paradossali...
«Comunque la Binetti e io siamo due cose diverse. Ma nelle settimane che ci lasciamo alle spalle nel gruppo dell’Ulivo non ci sono state differenze sostanziali rilevanti».
Quello che conta è quel che percepisce l’opinione pubblica. E i sondaggi certificano che c’è una crisi di consensi. Tant’è che Prodi e Fassino hanno deciso di andare a spiegare la Finanziaria in giro per l’Italia...
«Resta il fatto che dell’unità dell’Ulivo sulla Finanziaria non se n’è parlato».
Torniamo al Pse, allora...
«Ha un senso quell’ancoraggio perché la politica non ha più solo confini nazionali. Il Partito democratico si deve collocare in un campo progressista affine. Nel 2009 alle europee dovremmo far parte tutti di uno stesso gruppo».
Ma fino ad ora si è percepito Fassino che dice che l’ancoraggio al Pse è fondamentale e Rutelli che risponde, «mai nel Pse». Non è colpa dei giornali se il dibattito è fermo qui. Coinvolgere emotivamente coloro che guardano al Partito democratico sulla questione Pse è un po’ poco...
«Non penso che sia importante il coinvolgimento emotivo. Questo tema ha una rilevanza politica e istituzionale in Europa. Alludo anche ad una appartenenza ideale. Nella famiglia socialista, comunque, già oggi non ci si sta per ragioni ideologiche. L’appartenenza al Pse non è una questione ideologica. Si deve fare un campo progressista più largo, con i socialisti e con quelli che socialisti non sono».
Socialisti e cattolici insieme, dunque?
«I valori di uguaglianza e liberta coniugati con il mercato uniscono i progressisti nel mondo al di là delle etichette».
Perché la parola socialismo fa tanta paura alla Margherita?
«Perché vengono da un’altra storia. Ma non si può guardare al futuro con le lenti del passato. Rispettiamo le identità senza farne una cosa immobile».
Quanto aiuterà quel che accadrà al congresso del Pse?
«Prodi è stato invitato, così come Rutelli. È un segno importante. Non è una norma. Se interverranno pure significherà l’apertura di un percorso».
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