La forza di una grande idea unitaria
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28 dicembre 2006
È sempre più difficile parlare del Partito Democratico senza fare i conti con la irrisolta natura del problema italiano. Di fatto le fratture nei legami sociali sommate dalla crisi di un incerto assetto istituzionale stanno producendo questa singolare «democrazia senza consenso». Io credo che da qui noi dobbiamo partire se vogliamo parlare alla gente e dare un fondamento serio a un nuovo soggetto politico.
Pongo quindi una domanda che mi sembra cruciale. Che congresso noi (noi Ds) vogliamo fare?
Una triste disputa interna e una conta tra chi minaccia di andarsene e chi segue invece la leadership con animo più o meno rassegnato? Oppure un grande congresso sull’Italia moderna, i suoi dilemmi il suo futuro? È facile alzare la bandiera della sinistra e fare appello al suo orgoglio. Ma proprio una sinistra che abbia un forte sentimento del suo passato e che nutre fiducia nel suo ruolo storico futuro dovrebbe sentire più di altri la necessità di guardare un po’ più in là dei confini politici attuali e di aprire una discussione vera su quello che è il problema dei problemi di questo Paese.
Perché non lo diciamo? È evidente che si tratta del vitale bisogno che l’Italia ha di una forza la quale sia in grado di esprimere qualcosa di più di un programma di governo, e qualcosa di diverso dal posizionamento (un po’ più a sinistra o un po’ più a destra) nel gioco politico attuale. È giunta l’ora di mettere in campo una visione più alta. Un ripensare il Paese in base al rapporto che si è venuto a creare tra la vecchia nazione italiana e il mondo. Perché di questo si tratta. Non di un problema economico soltanto ma della necessità di definire la base etico-politica su cui costruire il futuro degli italiani il quale dipende tutto dal loro posto nel nuovo mondo. Come incideranno tra pochi anni sulle nostre vite quotidiane fenomeni sconvolgenti come l’emigrazione di massa, la crisi demografica, il ruolo dell’Europa e delle nuove potenze politiche mondiali, di culture dominanti, i rapporti con la natura, i problemi energetici. Questo è il problema dei problemi della politica se essa vuole uscire dall’angolo in cui l’hanno cacciata. Perché dopotutto sta qui la ragione per cui in questo nostro Paese, così civile e così segnato in una storia di grandi lotte sociali e democratiche, la sinistra non cresce e sempre più forte diventa il richiamo dell’antipolitica, del populismo, del capo carismatico. È proprio qui sta il bisogno di una nuova guida. Una classe dirigente la quale produca «senso» e dia al Paese un’ossatura mettendolo in grado di elaborare una nuova idea di sé come compagine nazionale.
Perciò il prossimo congresso noi non ci scioglieremo ma verificheremo le condizioni per avviare la fase costituente di un nuovo soggetto politico. È da noi quindi che dobbiamo partire. Sia chiaro. Un congresso che partendo dalla forza della nostra proposta all’Italia non finisce con l’eutanasia della sinistra ma, al contrario, con la necessità di far rivivere la sua storia nel solo modo possibile che è quello di uscire dai vecchi confini per riaffermare nel ventunesimo secolo la sua funzione nazionale dando al Paese una forza che sia in grado di misurarsi con le nuove sfide. Io spero si capisca che solo così noi salviamo la sinistra. Perché restiamo nel filo della sua storia e non rimaniamo irretiti nei cascami di vecchi miti. Noi abbiamo fatto molti sbagli nel passato. Ma il segreto della grandezza della sinistra italiana sta nel fatto di aver sempre pensato se stessa come parte essenziale della storia del Paese.
Bisogna essere quindi molto chiari. Anch’io credo che l’idea di un nuovo grande soggetto politico del riformismo italiano finirà nel nulla se esso dovesse ridursi a un mediocre accordo che una sinistra vecchia, senza idee e senza orgoglio cerca di fare con la dirigenza della Margherita. Se così fosse, non solo chi scrive non sarebbe della partita ma un partito vero non vedrà mai la luce. Ma detto questo, l’argomento che una grande innovazione come questa non si può fare perché mancano gli interlocutori non dice la verità. Chi sono gli interlocutori? Sarà scandaloso dirlo ma se ci poniamo con occhi aperti di fronte alle sfide della realtà non è vero che i conservatori stanno tutti dall’altra parte, fuori di noi. Stanno anche in noi, nella vecchia sinistra. Siamo seri. Se non riusciamo a mobilitare quell’interlocutore decisivo che dopotutto è la società italiana, i giovani il mondo del lavoro e dell’intelligenza moderna, non prendiamocela con Rutelli ma con il nostro modo di essere, con la nostra difficoltà a leggere la realtà e in modo autonomo rispetto al pensiero dominante. Perché questa è la verità: solo rinnovando noi stessi possiamo spingere anche gli altri a tirar fuori il meglio che hanno nella pancia. E vorrei aggiungere un’altra cosa. Solo se la sinistra esce dal sonno di questi anni (il riformismo come tecnocrazia senza popolo) e propone agli italiani di organizzare il loro vivere insieme su una base diversa dal consumismo e dalla illusione che mercato e democrazia sono sinonimi, solo a queste condizioni le diverse storie del riformismo italiano ritrovano uno spazio, un ruolo e possono incontrarsi su un terreno diverso da quello che segnò le vecchie divisioni e le vecchie scomuniche.
Qui sta la forza e il fascino di una grande idea unitaria. Un partito nuovo, italiano ed europeo insieme, una casa comune dei socialisti dei cristiani e dei democratici laici, il quale si colloca all’altezza di un problema che in qualche modo travalica le vecchie divisioni che nominavano destra e sinistra nel mondo di ieri. È chiaro che è decisiva la collocazione internazionale del nuovo partito ma non si può discutere come se fossimo ancora ai tempi di De Gasperi e Brandt. Si litiga sul posto dove stare come se la sconfitta di Bush non ponga problemi del tutto nuovi si tratta del fallimento di un grandioso disegno imperiale (la nuova Roma di Augusto): il mondo governato da una sola superpotenza che si pone al di sopra della legge internazionale; e che, ritenendosi il Paese di Dio, decide lei chi sono i buoni e i cattivi e questi li punisce invadendoli con le sue armate. Si apre quindi un grande vuoto. Nuove forze e nuove idee devono riempirlo pena il ritorno a una «età dei torbidi»: terrorismo, stragi, odi razziali, guerre di religioni, proliferazioni nucleari. Chi riempirà questo vuoto? Forze non chiare ispirate da valori diversi rispetto a quelli del rispetto dell’uomo e dei diritti di libertà dominate dalle pulsioni di religioni integraliste, oppure un sussulto delle storiche forze di progresso (laiche, socialiste, cristiane) sorte nel cuore dell’Europa nelle quali ritrovano la capacità di costruire non solo un mercato unico ma una potenza politica che parla al mondo in prima persona?
Il dissenso più profondo e più delicato sta nei cosiddetti temi «eticamente sensibili». È vero. Ma il grande tema dei diritti, del ruolo della donna, del come si governa una società non più di classe ma di persone è del tutto condizionato dal chi riempie e come riempie questo vuoto che non è solo politico ma di civiltà. Ho molto rispetto per i problemi che si pongono i cattolici impegnati in politica, ma sono un laico e uso il linguaggio storico per cui osservo che il rifiuto di collocarsi sia nella nuova destra che nel campo di forze che si è formato intorno alla socialdemocrazia non è solo una posizione di parti, è la spia della crisi delle culture e delle tradizioni politiche che in modi diversi hanno cercato dopo la seconda guerra mondiale di elaborare un’idea europea di progresso, e quindi un’idea più «sostantiva» della democrazia capace di imporre un compromesso sociale alle forze di mercato. È stata una cosa grossa di cui il merito principale va alla socialdemocrazia. Ma anche il cattolicesimo democratico è stato un grande fattore di stabilizzazione di progresso. Lo è stato in quanto sulla base del pensiero di Maritain e di Sturzo si è posto il problema di un rapporto positivo con le forme storiche della democrazia politica occidentale e quindi di una rottura con quella cultura sostanzialmente reazionaria di una parte della Chiesa continuamente tentata di riaffermare, anche contro gli svolgimenti della vita moderna, l’identità confessionale. Se pensiamo alle polemiche di oggi sul laicismo e al difficile rapporto tra Chiesa e modernità riemerso con il nuovo papato non ci rendiamo conto di quanto terreno è stato perduto. Ne sono consapevoli i cattolici europeisti? Sanno che la loro autonomia dipende anche dal fare i conti con quel fondamentalismo di mercato che ha costretto anche l’Europa negli ultimi due decenni a ripercorrere all’indietro il suo cammino tendente a trasformare il liberalismo in un’idea più sostantiva della democrazia?
Detto questo mi guardo bene di fare la lezione agli altri. Non devo ripetere che solo uscendo dai vecchi confini di quella che è stata la sinistra comunista noi salviamo un’idea moderna di sinistra e di socialismo. Stiamo attenti a come affrontiamo questa questione. Per tante ragioni oggettive ma anche per colpe soggettive nostre la sinistra, se non si rinnova, rischia di non sopravvivere alla fine della vecchia nazione italiana. Questa al fondo è la questione che ci tormenta da anni. Chi egemonizza la «mondializzazione»? La democrazia è in pericolo per la semplice ragione che la destra europea può anche non fare nulla dal momento che essa si nutre quasi naturalmente delle paure, degli odi razziali, dei rischi della mondializzazione, dell’egoismo sociale e della solitudine dei giovani. Perciò è necessario mettere in campo una forza riformista europea pluralista, non fatta di soli socialisti. Da sola e senza un’idea forte positiva realistica del rapporto nuovo tra nazione Europa e Mondo la sinistra rischia di diventare irrilevante.
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