4° Congresso Nazionale dei Democratici di Sinistra - Firenze, 19/21 aprile 2007
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Togliere l'Italia dalle paludi dell'antipolitica
Commento di Massimo Brutti, da "L'Unità"

Nella storia del nostro Paese, dopo la guerra e la liberazione, l’antipolitica ha sempre avuto due volti. È stata da un lato una linea di comportamento ed un modo di organizzazione delle classi dirigenti, dall’altro una ideologia diffusa, ostile ai partiti, ai sindacati e più in generale al pluralismo democratico. L’antipolitica era il trasversalismo dei gruppi di pressione, capaci di influenzare le vicende pubbliche e le scelte legislative, in funzione degli interessi più forti; era il conservatorismo, il timore della democrazia di massa, l’ossequio alle gerarchie sociali esistenti e l’ordine costruito dall’alto: idee forti e radicate soprattutto nella piccola borghesia urbana e nei settori tradizionalisti dei ceti popolari. La società dell’antipolitica era contrapposta alle organizzazioni di classe. Senza fiducia nel cambiamento, in particolare nel cambiamento da sinistra, esprimeva una domanda di protezione e di sicurezza. Era ancora - nonostante l'esito tragico del fascismo - disponibile alle illusioni autoritarie.

Come un fiume carsico, l’antipolitica va e viene, riemerge in forme impreviste e condiziona le vicende italiane.

L’aggregazione di settori delle classi dirigenti e di
parti rilevanti degli apparati dello Stato per consorterie, per alleanze occulte, fino all’esperienza della loggia massonica P2, ne rappresenta la forma estrema e più dannosa per la vita democratica. Ma la cultura politica della P2 non è stata un'invenzione, non veniva dal nulla. Aveva a fondamento l’illegalismo delle classi dirigenti e il rifiuto della vita democratica. Togliere spazio a questo rifiuto, mostrare che la democrazia serve ai cittadini è il principale obiettivo della sinistra e dei riformisti.

L’antipolitica è presente e viva nell’Italia di oggi. La grave crisi democratica degli anni ‘90, dopo Tangentopoli, ha travolto un sistema di governo privo di dedizione morale e sorretto da scarsa partecipazione politica, rafforzando ancora di più l’apatia e la ricerca di soluzioni paternalistiche. Ora il paternalismo è incarnato dal partito personale di Berlusconi, che è per certi versi un antipartito e che tesaurizza la tradizione della destra italiana, resuscitandone i miti. Il berlusconismo è il tentativo (riuscito) di saldare l’antipolitica delle classi dirigenti a quella di settori dei ceti medi e popolari che non si riconoscono nei partiti tradizionali, o che li hanno persi per strada. Questi settori di società, ideologicamente volti all'indietro, si ritrovano ora accomunati in un confuso amalgama di invocazioni liberiste, di richieste assistenzialistiche, di egoismo sociale. Il nostro compito è scomporre l’amalgama: conquistare alla politica democratica ed alle riforme una parte di quel blocco sociale.

La domanda alla quale deve rispondere il congresso dei Democratici di sinistra è la seguente: come possono i riformisti vincere la partita storica che si gioca con questo tipo di destra e come possono contrapporre al partito dell’antipolitica un vero e nuovo partito alternativo, che raccolga un consenso maggioritario attorno ad obiettivi di giustizia sociale e di affermazione laica delle libertà e della dignità delle persone? Formulo qui due provvisorie e sintetiche risposte, tutte da approfondire, che prendono posizione nel dibattito congressuale.

Primo: non barare. Il manifesto dei saggi, che si vuole porre a base del così detto Partito democratico è costituito da una serie di formulazioni retoriche, senza base culturale, senza storia, sospese nel vuoto. Unire i riformisti - che è cosa giusta ed utile - significa invece confrontare e mettere insieme ciascuna delle storie e delle esperienze che dal 1996 ad oggi sono state partecipi del progetto dell’Ulivo. Dai Ds alla Margherita, dai Socialisti ai Repubblicani, ai Verdi, alle associazioni e ai movimenti di ispirazione ulivista. Nulla deve andare perduto. E poi: niente mimetismi e niente fughe in avanti.

L’impegno comune richiede un allargamento, ben oltre l’asfittica proposta di fusione tra noi e la Margherita.

Richiede un’elaborazione collettiva. Non possiamo cavarcela, come hanno fatto i “saggi”, con un richiamo banalissimo al cristianesimo ed all’illuminismo e con un vero e proprio occultamento delle idee-guida della sinistra, che secondo le teorie di Scoppola e di altri sarebbero troppo scomode e ci alienerebbero i consensi moderati. Ciascuno deve essere se stesso; altrimenti contribuiremo anche noi all’antipolitica.

Secondo: non fuggire dall’Europa. I riformisti italiani devono stare senza equivoci nel Pse, perché è questa la forza del riformismo europeo. Da esso nascono le idee nuove di libertà, di rottura delle cristallizzazioni sociali e dei privilegi, di valorizzazione del lavoro, sulle quali si può costruire un nuovo consenso e spostare settori dello stesso elettorato popolare che ha scelto Berlusconi. Se è credibile il riformismo, quello vero, che è il riformismo democratico e socialista, se sono forti e non vaghe ed eclettiche le sue idee, anche la fiducia dei cittadini sarà più forte.

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