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Angius: Pd? Fermatevi, occorre una correzione di rotta
Intervista di Simone Collini - L'Unità
«Non è vero che il Partito democratico è il compimento dell’esperienza politica e culturale che ha preso forma nell’Ulivo», dice Gavino Angius riprendendo parola per parola quanto detto da D’Alema nell’intervista di ieri all’Unità. «Può essere il suo Bignami, il suo riassunto, comunque un’altra cosa rispetto ad esso». Il primo firmatario della terza mozione Ds sottolinea che «il disegno originario dell’Ulivo teneva insieme tutte le forze del riformismo italiano, ma non in un solo partito, mentre oggi sono rimasti soltanto Ds e Margherita».
Tutti i sostenitori del Pd dicono che il nuovo soggetto non sarà semplicemente la somma di queste due forze. «Sono allibito e ogni giorno di più mi convinco dell’errore catastrofico che stiamo compiendo, della strada sbagliata imboccata e del vicolo cieco in cui ci siamo infilati. Non c’è nessuno dei promotori del cosiddetto Pd che sia minimamente soddisfatto di come stanno andando le cose. Però nessuno fa niente per cambiare la rotta. Anzi, si dice che bisogna accelerare».
Si riferisce a quanto detto da Veltroni al congresso della federazione di Roma? «Ma non solo. Noi abbiamo avanzato al segretario delle proposte, alcune integrative e altre correttive, ma nessuna è stata minimamente presa in considerazione. Neppure quella che abbiamo fatto alla chiusura dei congressi di sezione alla luce del risultato. Un partito non nasce per necessità ma per profonda convinzione. Cosa che oggi non vedo, mentre vedo un errato calcolo di convenienza. Dove sta scritto che non possiamo fermarci a valutare una situazione che è diversa da quella che ci si prefigurava?».
Per D’Alema la necessità è nel fatto che “i Ds non sono sufficienti a imperniare su di sé il bipolarismo italiano”. «Non pensavo che noi avessimo una funzione di questo genere, ho sempre ritenuto che in Italia il bipolarismo fosse imperniato sulle coalizioni. Ma a parte questo, francamente non riesco a capire di cosa si stia discutendo. In alcuni momenti si dice che che la sinistra resta forte, che staremo nel Pse, in altri momenti si dice che tutto cambia, che bisogna andare oltre il socialismo. Come iscritto Ds mi sento preso in giro e vorrei che qualcuno mi spiegasse come stanno le cose. Restiamo agli ultimi due giorni: sul profilo identitario e la collocazione internazionale del Pd abbiamo sentito una opinione da Fassino, abbiamo sentito parole rassicuranti da D’Alema, Fioroni ha addirittura detto che i Ds devono uscire da Pse, Rutelli che il Pd non può entrare nel gruppo socialista europeo. Cioè, non c’è uno solo dei fautori del Pd che dica su una questione fondamentale come questa la stessa cosa».
D’Alema dice che si vuole dar vita a una più grande sinistra europea: la convince? «Vorrei far notare che la parola sinistra nel documento fondativo del nuovo partito non è mai nominata. In quel documento ci sono i profili identitari di un partito che è più centrista che di sinistra. Si sta estinguendo ciò che c’è, cioè la più grande forza della sinistra italiana che è parte del socialismo europeo. Se l’appartenenza al Pse non è così importante, se bisogna andare oltre il socialismo, se a fronte di una violazione della Costituzione sollecitata da una Chiesa che pretende di dettare le leggi dello Stato si fa nascere un partito che ha un profilo identitario così incerto e precario, non stiamo rafforzando la sinistra, la stiamo indebolendo».
L’appello di D’Alema è di partecipare alla costruzione del nuovo soggetto: non crede che sarà nella fase costituente che si delineerà il profilo del Pd? «Il profilo identitario si sta già connotando e la fase costituente riguarderà soltanto Ds e Margherita. Non ci saranno forze di ispirazione socialista, lo Sdi, i Verdi e le altre culture ambientaliste. Il disegno originario dell’unione dei riformismi italiani non c’è più, è sparito. C’è una lotta di potere, espressione non mia ma di Parisi, che si sta sempre più disvelando. Così come è chiaro che il 22 aprile i Ds si sciolgono, perché i gruppi dirigenti riceveranno il mandato di formare un nuovo partito. E allora perché meravigliarsi se a sinistra c’è chi vuole aggregare forze e culture diverse che fanno riferimento al socialismo democratico, all’ambientalismo, al femminismo, alla nonviolenza».
Forze e culture che Veltroni vedrebbe bene nel Pd. «Dice cose vere, che può constatare chiunque. Mi domando però perché non ne tragga le conseguenze. Chi l’ha deciso che di fronte a un profilo politico che si sta delineando del tutto diverso da quello ipotizzato si debba comunque andare avanti? Anche Parisi: se il percorso si sta realizzando in modo diverso da quello programmato, perché non si prendono iniziative, non si corregge la rotta? Rischiamo di perdere forze tutti».
Causa una scissione? «Qui non si scinde niente. Però ci sarà chi non aderisce, perché non convinto. Penso che sia responsabilità della maggioranza interloquire e accogliere le proposte avanzate dalle minoranze. E stranamente, molte di queste valutazioni corrispondono a quelle di alcuni dei più accalorati sostenitori del Pd. Non è che si possono fare richiami all’obbedienza, ognuno sarà libero di aderire o meno. Non vorrei che si rinverdissero i principi e le pratiche del centralismo democratico. Non si può chiedere a iscritti o dirigenti di aderire a un progetto che non si trova convincente».
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