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Pd, Latorre: proiettiamo la discussione verso il futuro
Intervista di Andrea Carugati - L'Unità
«Il Congresso dei Ds sarà un primo passo verso la costruzione del Partito democratico: la decisione di fare il Pd l’abbiamo già presa, dunque il tempo della propaganda congressuale è finito e anche quello degli appelli. Ora devono parlare i fatti». Nicola Latorre, vicepresidente del gruppo dell’Ulivo al Senato, dalemiano doc, non vuole che il congresso della Quercia guardi al passato. «La discussione deve essere proiettata verso il futuro, il tema è quale visione dell’Italia intendiamo proporre, come il nuovo partito si misurerà con la crisi della democrazia italiana, con i corporativismi, con le fratture sociali, con la marginalizzazione di una parte crescente della società. Non possiamo ridurci a litigare su quali foto ingiallite appendere nelle sedi del Pd: che ognuno ci metta le foto che vuole, nella mia sede proporrò Antonio Gramsci».
E Bettino Craxi? Fassino l’ha proposto per il pantheon del Pd. «Io appendo solo una fotografia, e penso che a ogni iscritto dovrebbe toccarne solo una...».
Non la convince l’idea del pantheon? «No, perché rischia di diventare una prigione. Noi abbiamo bisogno di respirare e si respira guardando al futuro».
Ma per costruire il nuovo non è opportuno mettere a posto i conti con il passato, ad esempio le vittime italiane dei gulag? «Condivido l’iniziativa del segretario Fassino che assume un significativo valore simbolico. Ma vorrei segnalare una preoccupazione: a furia di revisionare le revisioni storiografiche si può raggiungere l’effetto opposto, e cioè di annacquare i giudizi. Faccio un esempio: Occhetto, in un discorso a Civitavecchia nel luglio 1988, denunciò la corresponsabilità di Togliatti per i crimini staliniani che però considerava inevitabili. Dimostrando di essere molto più indulgente dello stesso Togliatti che nel giugno 1956 riconobbe le sue responsabilità senza appellarsi ad alcuna giustificazione».
Dunque, lei dice, attenzione con le revisioni? «Bisogna proiettarsi nel futuro, partendo dalla consapevolezza dei limiti delle culture politiche del ‘900. Solo dalla fusione e dalla capacità di accogliere nuove sensibilità, a partire da quella ambientalista, può nascere una nuova cultura politica che può nutrire il Pd. Ecco perché non si tratta di vivere i congressi che si stanno per aprire come occasioni per organizzare le correnti del Pd: siamo già tutti militanti del nuovo partito, inizia una nuova storia in cui dobbiamo rimescolarci, Ds, Margherita, persone senza tessere. Penso a una fase costituente molto partecipata, a una grande mobilitazione che investa la società italiana: le primarie, anche quelle per i sindaci, hanno dimostrato che quando si muovono grandi processi politici la risposta arriva».
Come la immagina questa fase? «Con adesioni individuali sulla base dei valori e della modalità previste dal manifesto dei saggi, che deve essere utilizzato come uno strumento. Il manifesto vero del Pd lo scriveremo nell’assemblea costituente, un luogo cui tutti i militanti devono avere la possibilità di partecipare con modalità che impediscano rendite di posizione».
Si è convertito al gazebo? «Dobbiamo ispirarci alla logica “una testa un voto”, con meccanismi elettivi che diano le più ampie garanzie. Non voglio entrare nei tecnicismi, ma condivido l’idea di liste piccole in competizione su base territoriale. Sono contrario ai collegi uninominali e alle liste nazionali bloccate perché potrebbero limitare la partecipazione. Questo non è il gazebo».
Lei ha detto che non è più tempo per gli appelli. Dunque come vi muoverete per evitare una separazione con la sinistra Ds? «Dobbiamo dimostrare concretamente che il Pd si nutre di valori e proposte che parlano di solidarietà, lotta alla povertà, laicità, pari opportunità. Il problema non è fare la sinistra del Pd, ma partecipare a definire il profilo generale del nuovo partito, la sua identità. Spetta a noi dimostrare che lavoriamo in questa direzione».
Cosa ritiene irrinunciabile portare nel Pd della storia dei Ds? «Metteremo al servizio di questo grande progetto il nostro patrimonio umano, ideale e culturale, senza pensare a costruire una corrente ma con la voglia di mischiarci con gli altri».
C’è poi il tema della leadership. Fassino ha già avanzato una sua candidatura. Lei cosa ne pensa? «In un partito a vocazione maggioritaria il leader deve coincidere con chi è candidato a guidare il governo: dunque noi lo abbiamo già ed è Prodi. Quando si tratterà di sostituirlo, credo che Fassino abbia lo spessore e tutti i titoli necessari per concorrere a quel ruolo. Ma non perché capo di una parte, ma per le sue qualità, per la sua capacità di costruire un ampio consenso intorno a questa ipotesi».
Sulla legge elettorale è tempesta tra l’Ulivo e i piccoli del centrosinistra... «La legge attuale è pessima e da superare. La bozza Chiti è una positiva istruttoria preliminare che consentirà ora al Parlamento di iniziare un confronto a 360 gradi per una legge elettorale che non può essere a misura dei singoli partiti, tantomeno di quelli piccoli. A questo proposito il referendum ha un valore di pressione dal basso che va guardato con il dovuto rispetto».
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