Non fermiamoci al leader
di Gianni Cuperlo
da "L'Unità"
5 luglio 2007
A dirla in breve, è cambiato quasi tutto. A partire dal clima. È bastato l’evento del Lingotto per ridare slancio a un organismo piegato sulle gambe. E per dire che la partita è riaperta. Il discorso di Veltroni l’ho seguito in televisione e poi riletto. Mi è parso brillante. Scritto bene e detto meglio. Ho visto che diversi hanno valorizzato il coraggio delle parole. Tipo che il solo ambientalismo vincente è quello capace di dire dei «Sì». Che la precarietà è il male vero e tocca anche al sindacato farsene carico. Che la sicurezza non è di destra o di sinistra e che la politica del “tassa e spendi” è nemica di un’idea moderna del welfare. Per quel che conta, sottoscrivo. Ma al di là del merito, mi sono chiesto la ragione vera di un favore tanto esteso. Parlo del discorso ma più in generale delle reazioni a quella candidatura. Ora, il sindaco di Roma ha fotografato i problemi principali del Paese. E indicato alcune soluzioni.
Buona parte - direi la quasi totalità - di ciò che ha detto è nel bagaglio culturale, e nel programma elettorale, del centrosinistra. Nel senso che altri leader dell’Ulivo - ciascuno a suo modo - avrebbero espresso, credo, posizioni simili. Ma allora da dove nasce un consenso così diffuso? E come ha fatto un intervento, per quanto forte, a restituire entusiasmo a un popolo disabituato a slanci del genere? Azzardo un’ipotesi. Anzi due.
La prima è che quel discorso non elencava solo problemi e soluzioni. Dava a entrambi una cornice. Li legava. E quel legarli rifletteva un’idea del Paese. Uno ascoltava e capiva qualcosa di come Veltroni pensa l’Italia del futuro. Poi poteva piacergli o meno. Ma l’effetto non era quello di un elenco di obiettivi. Era un sentiero da percorrere. E già questo coi tempi che corrono non è poco. La seconda ipotesi riguarda invece la classe dirigente del centrosinistra. Che ha sottovalutato, chi più chi meno, l’onda montante nel Paese. Non parlo dell’antipolitica come la si intende spesso. Sprechi e privilegi certo, sedimentano giudizi. Ma il punto, per una volta, non è quello. È il senso di stanchezza, persino di livore, nei confronti di un circolo politico-mediatico che una quota di opinione pubblica, anche ingiustamente, ha smesso di riconoscere.
Insomma da tempo le leadership dell’Unione faticano a stare in sintonia con le persone. A farsi apprezzare. La domanda è cosa abbia reso possibile questa rottura tra la “nostra” politica e una parte larga del Paese. Ora, avranno pesato gli studi di settore, la finanziaria, l’indulto, le intercettazioni o altro ancora. E però ho l’impressione che se riduciamo tutto a una somma di episodi non ne veniamo a capo. Penso vi sia dell’altro.
Meno visibile magari, ma dagli effetti più profondi. E che riassumo così. Per anni abbiamo condiviso il primato di due dimensioni: quella dei “programmi” e l’altra che per semplicità possiamo definire delle “regole”. Noi siamo stati questo: un impasto, spesso anche felice, di contenuti (dal risanamento alla Tav), leggi elettorali e giochi di alleanze politiche. Non era poca cosa. È stato un impasto che ha funzionato a lungo. E che per due volte ci ha portato al governo del Paese. Di più. È qualcosa che ci fa governare oggi gran parte di regioni, province comuni. Ma con un limite. Un solo limite emerso però da ultimo in tutta la sua sostanza. E cioè che, scegliendo questa via, noi abbiamo rinviato un confronto serio sull’innovazione della nostra cultura politica e di governo. E ciò proprio mentre la società cambiava.
Mutavano orientamenti. Aspettative. Con noi che faticavamo a metterci al passo. Un po’ perché stretti dalle necessità, un po’ per l’allarme di tradire i nostri referenti. La stessa discussione sulle “regole” ne ha risentito. Nel senso che non abbiamo concepito l’esito stentato del bipolarismo (compreso il pareggio sostanziale di un anno fa) come la spinta - la necessità inderogabile - a ripensare noi stessi, in termini di coerenze, identità, profilo culturale. La conseguenza è che l’idea del Governo ha prevalso sull’idea della Politica. Per cui quando abbiamo perso (come nel 2001) abbiamo vissuto lo stare all’opposizione non come l’occasione per ricollocarci, prima di tutto culturalmente, nel Paese, ma come la casella di sosta - l’imprevisto temporaneo - di un gioco che se affrontato con le armi e la sapienza della politica (di nuovo le alleanze e leggi elettorali) avrebbe potuto rovesciarsi a nostro favore. Viene da lì una contraddizione di fondo che si può riassumere in questo: noi non abbiamo mai avuto in questo paese una così ampia responsabilità di governo. Ma quanto più è elevata la concentrazione del potere nelle mani di una classe dirigente, tanto più emerge la nostra difficoltà a tradurre quel potere in una identità solida e riconoscibile, che poi è la sola vera premessa di un consenso stabile. Il risultato è una fragilità della coalizione (non solo numerica) e delle culture politiche costrette a battagliare senza quella identificazione con principi e soggetti che distinguono un partito e la sua funzione.
Continuo a pensare che la scelta del Partito Democratico sia stata la reazione coraggiosa a questa crisi. Ma ho l’impressione che anche nella costruzione del nuovo soggetto poco ci siamo misurati con tutto ciò. Mentre questa riflessione era e rimane l'ossigeno di cui abbiamo un bisogno vitale. E allora sarà giusto discuterne.
Confrontarsi da qui a ottobre sull’idea di politica e del paese e del mondo che il Pd dovrebbe far propria. Veltroni ha cominciato a farlo con un proprio punto di vista. E su quelle idee a questo punto è importante discutere.
Soprattutto per capire cosa sarà la nuova forza. Ma anche per evitare un limite già segnalato da altri. Quello di un unanimismo di facciata dietro il quale riproporre divisioni di sostanza che non si palesano. Capisco la logica di chi dice, «si facciano più liste a sostegno di un candidato e si esprima anche così il pluralismo delle posizioni». Ma attenzione a come questa decisione verrà gestita. Personalmente non trovo convincente l’idea che a sostenere Veltroni siano allo stesso tempo, e magari in uno stesso collegio, la lista dei teo-dem e un’altra che si definisce laica e socialista. Penso che quelle due cose possono e debbono trovar spazio e convivere nel Partito Democratico, ma dubito sia un bene agganciare il partito nuovo al vecchio pluralismo delle correnti acquattate per comodità dietro il volto rassicurante di un leader.
Meglio, molto meglio che il pluralismo si misuri con la ricchezza di piattaforme ideali e politiche diverse, naturalmente se ci sono. Il che pone una questione seria non solo a chi di questi tempi una lista immagina di promuovere ma anche ai leader che col merito di quelle posizioni sono chiamati a misurarsi.
Vorrei dirlo con chiarezza. Chi scrive, come chiunque altro, ha le sue idee (giuste o sbagliate) su temi e valori ritenuti fondanti per il partito che verrà. Potrei citare qualche titolo. Il primato della Persona in tutte le sue articolazioni. Nei diritti e nella responsabilità. Il che comporta di non anteporre più il primato dell’economia alle esigenze di una democrazia incontentabile. Per cui l’accesso alla cittadinanza contraddistingue il tasso di sviluppo di una comunità e di uno Stato. La ricaduta di una battaglia senza reticenze alle vite precarie, anche nella relazione con le corporazioni - tutte - che quella precarietà alimentano loro malgrado. Le coerenze della laicità nella politica e nella legislazione, a partire da legge 40, unioni di fatto e testamento biologico. So bene che non tutti su questo la pensiamo allo stesso modo. E leggo posizioni anche assai distanti. Le considero una ricchezza. Una parte della sfida culturale che abbiamo davanti. Ma perché quella sfida divenga reale bisogna che il merito delle scelte torni al centro. Bisogna parlarsi. Discuterne. E bisogna che il leader che verrà, e i candidati che si confronteranno, dicano a loro volta come intendono affrontare questioni di tale portata. E altre ovviamente che qui non sono accennate. Perché non è credibile - insisto - che tutto stia sotto il medesimo ombrello. In fondo anche molte delle nostre difficoltà attuali - e delle difficoltà del governo - sono figlie del rinvio. Del timore che la chiarezza delle scelte possa lesinarci consensi. Ma se ci guardiamo attorno, capiamo bene che i consensi vanno altrove per la ragione opposta. Perché spesso la politica non trova la forza e il coraggio di dirsi. Di descriversi. E descrivendosi di scegliere.
Quindi non mi stupirei - anzi, lo vedrei come un fatto di trasparenza - se alla vigilia del 14 ottobre fossero gli stessi candidati alla leadership a chiarire quali liste e quali impostazioni essi ritengono compatibili e coerenti col loro impianto. E per farlo meglio sarebbe opportuno, credo, che la discussione si animasse di vere e proprie dichiarazioni d’intenti di quei candidati. Così da rendere evidente l’asse ideale e l’ossatura politica e le discriminanti culturali di un’offerta di contenuti, priorità e di nuove politiche pubbliche. Ecco, mi piacerebbe che la marcia d’avvicinamento al 14 ottobre prevedesse anche questo. Perché oggi non abbiamo bisogno soltanto di un leader. Abbiamo bisogno di un partito e di un popolo. E questa credo sia, in assoluto, la sfida più affascinante.
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