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Promuovere la democrazia. Una politica per la destra e per la sinistra.


1 giugno 2006

Non una parola. Nemmeno sulla decisione del Capo dello Stato di concedere la grazia ad Ovidio Bompressi. «Di grazia non parlo». Adriano Sofri lo dice subito, assediato da giornalisti, telecamere e fotografi, mentre si reca al cinema Capranichetta, a Roma, per partecipare alla presentazione del libro del giornalista Christian Rocca Cambiare regime, organizzata dal direttore de «Il foglio» Giuliano Ferrara e alla quale è annunciata anche la presenza del segretario dei Ds Piero Fassino.

Il tema della giornata, afferma Sofri nel suo intervento, è la qualificazione della sinistra rispetto ai diritti umani e qui «siamo tutti di sinistra, con l'eccezione di Giuliano Ferrara che è personalmente una grossa coalizione», dice scherzosamente. La democrazia e i diritti sono la questione ineludibile dei nostri tempi ma la guerra non è il modo giusto, e nemmeno l'unico, affinché i sistemi democratici si consolidino anche nei paesi dittatoriali. Piero Fassino e Adriano Sofri ne sono convinti entrambi e hanno esposto, con argomenti diversi, una tesi molto affine.

La sala è piena e l'attenzione, il giorno dopo la concessione della grazia ad Ovidio Bompressi, è tutta rivolta a Sofri. Ma Sofri apre bocca per ultimo e solo per parlare di democrazia e diritti calpestati. Tocca a Fassino spezzare per primo, ma non è una novità per il segretario Ds, il tabù della sinistra sempre e comunque contraria all'uso della forza.

Nel libro l'autore interroga la sinistra sulla necessità che non smarrisca la sua vocazione 'naturale' a «lottare per le dittature e battersi per i popoli oppressi». La tesi di Rocca è che «l'idea di abbattere i regimi dittatoriali sia principalmente un'idea di sinistra, di una sinistra democratica e liberale. Nel '99 questo è successo, durante il governo D'Alema, con l'intervento armato in Kosovo e nei Balcani, dove fu fatta una guerra preventiva e senza l'egida dell'Onu». Promuovere la democrazia dunque «vuol dire abbattere gli ostacoli al sistema democratico: cioè abbattere i dittatori, o finanziando l'opposizione oppure attraverso l'uso della forza».

Secondo Fassino la tesi è corretta solo in parte, perché «affermare la democrazia è giusto e serve innanzi tutto a garantire la sicurezza - osserva -, la discussione però non dovrebbe concentrarsi tanto sulla opportunità o meno di battersi per il rispetto dei diritti laddove vengono negati, su questo siamo tutti d'accordo, tanto più lo è la sinistra, ma che la guerra venga considerata l'unica soluzione, l'unica risposta è rischioso e velleitario».

L'uso della forza contro il terrorismo, che il segretario della Quercia considera un'ipotesi praticabile solo come 'extrema ratio', è «un'eventualità politica, uno degli strumenti che la politica può contemplare ma ha due caratteristiche: non è replicabile sempre e dovunque, a prescindere dai contesti e poi è una soluzione estrema». Il problema è quali strumenti mettere in campo «prima di arrivare a soluzioni estreme». Secondo Fassino, «la politica preventiva è mettere in campo tutte le risorse che evitino l'uso della forza o la legittimino e queste risorse vanno dalla diplomazia al dialogo interreligioso, alla politica del disarmo fino al sistema delle relazioni economiche e sindacali».

Entrare nel merito dei vari teatri di violazione della democrazia è il punto di partenza sostenuto anche da Adriano Sofri: «L'autore del libro sostiene senza ombra di dubbio che sia giusto intervenire dove c'è la tirannide. Io ho molto dubbi su questo, dirlo significa considerare giusta la guerra. Credo invece sia necessario entrare ogni volta nel merito e valutare se sia giusto intervenire con la forza considerando anche quali saranno gli esiti».

Sofri cita a questo proposito il caso dei Balcani, in cui fu opportuno intervenire, quello dell'Iraq, nel quale il pericolo imminente che giustificasse un intervento militare non c'era, e infine quello del Ruanda, dove le grandi potenze lasciarono che si compisse un massacro mentre «era una situazione in cui tutti sarebbero stati legittimati ad intervenire».

Al centro del dibattito anche la situazione in Iran. Fassino solleva il tema del disarmo nucleare, a suo avviso sottovalutato negli ultimi anni e ritornato di attualità proprio con la crisi iraniana. «Vedo un doppio standard che mi convince poco: intorno all'Iran vi sono quattro potenze nucleari a cui nessuno chiede niente, tra le quali il Pakistan».

Anche Sofri solleva il pericolo rappresentato da Ahmadinejad, che «oggi può sembrare solo una macchietta ma può diventare un personaggio tragico. Credo che l'intervento armato in Iran non servirebbe e non eviterebbe danni incalcolabili per l'Occidente, danni già provocati da Bush e Chirac quando hanno dichiarato che sono pronti ad usare la bomba nucleare tattica: il doppio standard è una follia. Più utile sarebbe invece fare in modo che tutti i detentori di armi nucleare si facessero carico di impedirne la proliferazione».

Il segretario della Quercia ricorda quindi come «in questi anni troppe volte abbiamo tollerato e chiuso gli occhi davanti regimi dittatoriali, come quello dei talebani in Afghanistan o con Saddam Hussein, che è stato ampiamente corteggiato dalle potenze americane e inglesi per lungo tempo». Fassino, sostenitore convinto di una politica di pace preventiva, illustra quali a suo avviso sono i campi per applicarla: «Non c'è solo la diplomazia ma anche il dialogo interreligioso, le battaglie per la secolarizzazione, il sistema delle relazioni economiche e commerciali».

Diversi possono essere dunque i fronti sui quali avviare iniziative per affermare la cultura dei diritti, se non bastano «si passa all'uso della forza che allora però avrà una legittimazione e una giustificazione morale più grande. Questo è il tema che la sinistra deve porsi e che non si è posta fin'ora, limitandosi a dire solo no alla guerra - ha concluso -. Io sono stato contrario alla guerra in Iraq ma ho avvertito lo scrupolo per non aver formulato una soluzione alternativa».

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