Shlomo Ben Amil: «Stiamo distruggendo il Libano più che sconfiggere gli Hezbollah»
Intervista all'ex ministro degli Esteri laburista che lavorò alla pace di Camp David di di Umberto De Giovannangeli - l'Unità
31 luglio 2006
«L'eccidio di Cana deve moltiplicare gli sforzi della diplomazia internazionale per porre fine a questa guerra sempre più sanguinosa e devastante. Da israeliano dico: di fronte a questa strage di innocenti, davanti a quelle immagini strazianti dei corpi di decine di bambini uccisi nell'attacco aereo, non basta esprimere "profondo rammarico": dobbiamo fare di tutto per fermare le armi, negoziare una tregua immediata e duratura, perché queste armi, le nostre armi, stanno distruggendo un Paese, il Libano, più che sconfiggere Hezbollah. Massimo D'Alema ha dimostrato di saper parlare ad ambedue le parti: in un momento così drammatico, l'Italia può assolvere un fondamentale ruolo di mediazione». A sostenerlo è Shlomo Ben Ami, già ministro degli Esteri laburista ai tempi dell'iniziativa di pace di Camp David (luglio 2000) e del ritiro israeliano dal Libano, oggi tra i più accreditati analisti politici israeliani. «Tanto la Conferenza di Roma, quanto la visita di Massimo D'Alema in Israele - sottolinea Ben Ami - sono encomiabili e testimoniano l'impegno del governo italiano a contribuire alla ricerca di una soluzione al conflitto».
Non pochi in Israele hanno espresso il timore che il nuovo governo italiano di centrosinistra possa avere un profilo anti-israeliano. È un timore è fondato?
«Ritengo proprio di no. Romano Prodi ha già dimostrato in passato di saper esprimere un giusto equilibrio sulle questioni mediorientali. Potranno cambiare gli accenti su un tema o sull'altro, i toni delle richieste, ma non credo che il governo Prodi modificherà nulla su quella che è la sostanza del conflitto arabo-israeliano in generale e della guerra che è esplosa in queste settimane nel nord e nel sud di Israele. Il governo italiano, come tutti i governi dell'Unione Europea, ha unanimemente condannato l'attacco portato a Israele da Hezbollah ed è in linea con le richieste di Israele incentrate sul disarmo di questa milizia fanatica che ha come obiettivo la cancellazione di Israele, e che attacca, uccide e rapisce nostri civili e militari, appostata a ridosso del nostro confine. Tanto la Conferenza di Roma, quanto la visita di Massimo D'Alema, sono encomiabili e testimoniano l'impegno del governo italiano a contribuire alla ricerca di una soluzione al conflitto».
Il ministro degli Esteri italiano è in Israele per sostenere la necessità di una tregua nel giorno della strage di Cana. Con quali chance di successo?
«Nonostante tutto, continuo a ritenere che le possibilità di successo sono forse maggiori di prima della Conferenza di Roma. L'importante adesso è moltiplicare gli sforzi diplomatici e soprattutto che Stati Uniti ed Europa parlino una sola lingua: quella della determinazione a premere sulle due parti per un cessate-il-fuoco immediato che sia da premessa per una tregua stabile, duratura. D'altro canto, il confronto sembra essere entrato in una fase in cui tanto Israele che Hezbollah potrebbero essere interessati al cessate- il- fuoco. Israele ha ormai capito che per raggiungere l'obiettivo di abbattere la forza militare di Hezbollah, deve necessariamente entrare in profondità nel Libano, in una invasione che - come è successo nell'82 - si sa come inizia, ma non si sa come potrà finire. E nessuno in Israele vuole veramente ritrovarsi impantanato nella "palude" libanese. Hezbollah, da parte sua, al di là dei proclami roboanti sa bene di non poter vincere militarmente Israele, e potrebbe preferire interrompere le ostilità in un momento in cui può dire di essere riuscito a fronteggiare il "nemico sionista" senza esserne sconfitto. La domanda è, come sempre in questi casi, se la diplomazia riuscirà a rendere compatibili le richieste di Israele - riconsegna dei soldati rapiti, allontanamento di Hezbollah dal confine e disarmo di questa organizzazione estremista e fondamentalista - con gli obiettivi minimi di Hezbollah, che non ha alcuna intenzione di accettare di scomparire dalla scena. Anche gli equilibri interni nel Libano sono delicatissimi; Hezbollah è praticamente uno Stato dentro lo Stato e - cosa più grave - un esercito dentro uno Stato Difficile immaginare qualcuno che abbia la forza di disarmarlo senza creare forti tensioni all'interno del Paese e forse perfino una nuova guerra civile».
Israele è stata attaccata da Hezbollah ma chi ne paga il prezzo è tutto il Libano. Non teme che le immagini agghiaccianti dell'eccidio di Cana di distruzioni possano riunire il mondo arabo in un rinnovato fronte contro Israele?
«Questo rischio esiste ma almeno fino ad oggi che questo sia l'orientamento prevalente nel mondo arabo. E non tanto per amore per Israele, per la preoccupazione che i suoi soldati siano rapiti o che quasi due milioni di civili israeliani siano sotto la costante minaccia, e spesso vittime, dei missili sparati da Hezbollah. Il vero motivo è che movimenti fondamentalisti come Hezbollah rappresentano oggi - per Paesi come Arabia Saudita, Egitto o Giordania - un pericolo di gran lunga maggiore che per Israele stesso. Nel loro caso è in gioco il loro stesso regime, messo in pericolo dalle velleità radicali e fondamentaliste ispirate e fomentate dall'Iran. Certo, quanto più la guerra si prolungherà, tanto più aumenterà la difficoltà dei regimi arabi nei confronti delle proprie masse, che vedono quotidianamente sugli schermi televisivi la sofferenza dei loro fratelli libanesi. Ma sia nelle dichiarazioni che nei fatti, i Paesi arabi moderati sembrano capire la gravità delle responsabilità di Hezbollah e Hamas e il pericolo da loro rappresentato. Basti ricordare la reazione di Mubarak quando alcuni giorni fa - alla richiesta di intervento contro Israele - ha seccamente risposto che il compito dell'esercito egiziano è di difendere l'Egitto e i propri interessi».
Uno dei timori maggiori è il coinvolgimento della Siria nel conflitto. É un pericolo reale?
«Difficile dare una risposta netta. Sicuramente da parte di Israele non c'è alcuna intenzione o interesse a coinvolgere la Siria, anche se questa sostiene apertamente lo sforzo militare di Hezbollah. La domanda è veramente se la Siria è interessata ad essere coinvolta, e qui ci sono due possibili risposte. Ogni parte in un conflitto diventa rilevante nel dopo-conflitto, ovvero nella trattativa che lo segue. E forse qualcuno potrebbe pensare in Siria che questa sarebbe l'occasione per rimettere sul tavolo delle trattative la richiesta della restituzione delle Alture del Golan. Ma ci sono senz'altro altri che sono consapevoli della oggettiva superiorità militare di Israele - soprattutto quando il confronto è fra esercito contro esercito - e temono le conseguenze di un'ulteriore avventura militare contro Israele. Quello che è certo è che la situazione è delicata ed altamente esplosiva. Per superarla sono necessari controllo e soprattutto volontà delle parti».
La guerra in corso sembra allontanare questa generazione da qualsiasi sogno di pace.Cosa può fare l'Europa per cambiare questo stato di fatto?
«Purtroppo, le speranze di pace di alcuni anni fa, quando sembravamo essere sulla soglia di una nuova era, si sono irrimediabilmente allontanate. Per contribuire, l'Europa deve innanzi tutto comprendere meglio le dinamiche interne che muovono i contendenti. Capire che nel Medio Oriente "quello che è possibile fare" è meglio di niente e non insistere su piani di pace che non hanno alcuna possibilità di riuscita. Meglio aiutare a creare una calma che determini a sua volta un clima favorevole alla ricerca di una soluzione temporanea magari di cinque o dieci anni, usando il tempo per porre fondamenta più solide per la pace da tutti auspicata».
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