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Calcio: una task-force contro la violenza
di Paola Concia

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5 febbraio 2007

Adesso basta, basta, basta. Ma basta veramente. Anche perché non basta più essere indignati, essere sgomenti, increduli. Non serve ed è anche un po' stucchevole di fronte all'ennesima tragedia consumata intorno al calcio italiano. Il vaso è colmo da tantissimi anni, diciamoci la verità. E noi siamo il paese del rimando, siamo un paese in cui troppo spesso chiudiamo gli occhi, ci giriamo dall'altra parte, pavidamente, colpevolmente.

Ecco, credo che oggi questo non sia più possibile, non deve essere più possibile. È il tempo delle responsabilità. È il tempo delle scelte. Bisogna guardare in faccia la realtà ed affrontarla per quello che è: il calcio è diventato un problema di ordine pubblico, un ricettacolo del disagio giovanile e non solo. Uno sport? Ma non scherziamo.

Guardando la tv ieri sera, e leggendo i giornali stamattina, mi sono detta: oddio, ma dove è questa guerra? In Italia? nel mio paese? per una partita di calcio? Ancora? È una realtà impazzita, fuori da ogni controllo. E non si può accettare che la realtà sia così impazzita. La realtà, anche la più terribile, va governata assumendosi compiti e responsabilità, anche scomode, all'altezza della gravità della situazione. Finalmente allora Pancalli che senza esitazioni ha scelto per il mondo del calcio.

Finalmente un governo, Prodi, Melandri, Amato che non vogliono tirarsi indietro, ma anzi vogliono entrare dentro questo problema fino in fondo. Così si fa: ci si fa carico dei problemi del paese, senza tentennamenti, entrando dentro i meandri dei problemi, senza risparmiare nessuno.
Il mondo del calcio è diventato un mondo a parte, fuori da ogni regola del codice civile e penale, quello che regola i rapporti tra i cittadini di un paese, che permette a noi esseri umani di vincere la nostra barbarie, di superarla e di dirci un paese civile. È diventato un mondo supponente, arrogante. Per colpa di chi? Di tutti noi che abbiamo permesso che questo mondo diventasse lo sfogatoio delle nostre peggiori pulsioni, per una ragione semplice e agghiacciante: il fatto di essere popolare. E, quindi, intoccabile. Come a nascondere lì il peggio della nostra società, le nostre contraddizioni.

La prima scelta, allora, è nelle mani del calcio stesso, delle sue istituzioni, delle sue società, piccole e grandi, professioniste e dilettanti. Regola prima: abbiate il coraggio di «ridiventare» uno sport che sta dentro la società e accetta le regole. Abbiate il coraggio di rompere la terribile commistione tra le società e le tifoserie più violente, abbiate il coraggio di rompere questa sudditanza delle società alle tifoserie. Una sudditanza che ha dato alle tifoserie un potere immenso, assurdo.

E voi presidenti, dirigenti di società smettetela di essere così violenti nei modi, nei toni, nelle forme, come fate a non capire che su di voi ricade una grossa responsabilità, come potete portarvi addosso questa croce? Il clima si costruisce, tutti insieme, ciascuno nel suo piccolo e nel suo grande. Punite tutte quelle forme di istigazione alla violenza, come i comportamenti dei giocatori.

Certo, da soli non si va da nessuna parte, questo problema si affronta tutti insieme. È un problema dell'Italia, delle sue zone buie, del disagio giovanile, del vuoto che ci attraversa. E per questo il governo deve cominciare subito a dare un segnale forte. In Inghilterra, hanno fatto leggi molto repressive, ma soprattutto le hanno fatte rispettare. La legge Pisanu è insufficiente, ma soprattutto, come sa chi va allo stadio, è completamente inapplicata. A Catania c'erano 1500 poliziotti e non sono riusciti ad impedire quella violenza inaudita. Non possiamo mandare l'esercito per una partita di calcio!

Bisogna cambiare le regole e renderle più repressive. Ma, è necessario soprattutto che chi viola le regole non possa più entrare allo stadio per il resto dei suoi giorni. Che non si possa, come succede ora, entrare allo stadio con qualsiasi cosa. Far rispettare i divieti. E poi, acceleriamo la privatizzazione degli stadi, responsabilizziamo le società di calcio, che si prendessero l'onere di far rispettare le regole.

Costruiamo stadi più efficienti, che permettano controlli: un posto un nome. Forse, il governo deve prendere la cosa di petto e istituire, come succede nelle situazioni gravi, una task-force, che ha il potere vero di affrontare questa grave situazione.

Tanta stampa dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza, e capire dove sbaglia e quanto sbaglia. Date un segnale anche voi. Quante trasmissioni ci sono che istigano alla violenza. Se un cittadino qualunque, per qualsiasi altra ragione istigasse alla violenza, verrebbe immediatamente denunciato. Perché tutte quelle trasmissioni televisive e radiofoniche che parlano di calcio tutti i giorni si possono permettere di essere così violente, di incitare così tanto senza che nessuno batta un colpo?

E perché, per esempio, la scorsa estate si sono svolti i mondiali antirazzisti a cui hanno partecipato le tifoserie di tutto il mondo che rifiutano la violenza, sostenuto dal ministero delle politiche giovanili e delle attività sportive, è stato oscurato completamente dai giornali? In questo momento chi è senza peccato scagli la prima pietra. Le tifoserie violente sono i luoghi in cui tanti giovani trovano il branco, trovano luoghi di appartenenza, di identità. E come in Francia hanno le periferie violente, noi abbiamo gli stadi, né più e né meno. Senza tanti distinguo, e senza assoluzioni. E allora questo si, che riguarda tutti e tutte, le istituzioni, la politica, la scuola, la cultura, le famiglie, i massmedia. E se una cosa riguarda tutti è di tutti, ci appartiene. E se una cosa è parte di te non puoi più girarti dall'altra parte, perché li dove ti giri te la ritrovi, sempre. Allora mi chiedo se non è veramente arrivato il momento di fermarsi e, con umiltà sapere che oggi siamo un po’ tutti sconfitti, e non solo lo sport.

Lasciamoci interrogare da questa tragedia, senza arroganza, ma con la voglia, tutti insieme di ripensare le nostre vite, le nostre società, provando a fare un passo indietro e qualche salto coraggioso in avanti.

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