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D'Alema al Senato: creare la pace vuol dire disarmare gli animi

Comunicazione del vicepremier e ministro degli Esteri Massimo D'Alema al Senato su politica estera e missioni internazionali
24 luglio 2007

Signor Presidente, signori senatori, ringrazio il Senato della Repubblica per avere offerto l'opportunità di un confronto, che sarà certamente utile, aperto e costruttivo.

Sono persuaso che la previsione di legge che impone al Governo di informare il Parlamento circa lo svolgimento delle missioni all'estero non debba essere interpretata come una mera routine, ma possa e debba costituire occasione per un confronto tra Governo e Parlamento sui temi della politica estera.

Tale scambio è vitale per individuare l'interesse del Paese e cercare di promuovere quel consenso largo intorno alle scelte fondamentali della politica estera che costituisce una delle condizioni di forza e di vitalità dei sistemi democratici bipolari.

Oltre a toccare gli aspetti relativi alle missioni internazionali - non gli aspetti di carattere militare, sui quali riferirà in Commissione difesa il Ministro della difesa, ma gli aspetti relativi allo scenario politico delle missioni internazionali - voi mi consentirete anche di allargare il mio ragionamento ai principali temi della politica internazionale, con particolare riguardo, ovviamente, agli sviluppi e alle iniziative più recenti che hanno toccato il nostro Paese.

Partirò proprio da un riferimento che mi sembra essenziale e che non ha nulla a che vedere con le missioni di carattere militare, cioè il Consiglio europeo che si è svolto il 21 e il 22 giugno scorso, che ha segnato un punto di svolta importante della vicenda continentale e il momento in cui si è posto fine a due anni da paralisi e di incertezza sulle sorti del processo di riforma dell'Unione Europea.

Non avremo il Trattato costituzionale, ma avremo in breve tempo una riforma dei trattati, una riforma che, credo, debba essere considerata seria nelle condizioni e date, perché includerà le principali innovazioni relative al funzionamento delle istituzioni europee, già previste nel testo del 2004.

Il Consiglio europeo ha approvato un mandato chiaro e molto dettagliato per la Conferenza intergovernativa. Proprio ieri ho partecipato alla seduta inaugurale di tale Conferenza, ricevendo i materiali di base che costituiscono, in modo preciso e corretto, la traduzione in termini giuridici del mandato deciso dal Consiglio europeo. Anche per questo è ovviamente nostro auspicio, oltre che intenzione, che non si tratti di una classica Conferenza intergovernativa dall'esito aperto e che preveda un vero e proprio negoziato: il negoziato si è già svolto ed è quello che ha condotto al difficile compromesso mediato da Angela Merkel al Consiglio europeo del giugno scorso.

La Conferenza intergovernativa dovrà avere un carattere eminentemente tecnico e dovrà limitarsi a tradurre in un articolato compiuto le indicazioni del mandato. È convinzione del Governo italiano, così come della Presidenza portoghese, che non esistano spazi per riaprire i punti già concordati nel Consiglio europeo; intendiamo difendere l'insieme del mandato approvato, combattendo rischi di arretramento: questo è il principale obiettivo che l'Italia si propone nella Conferenza intergovernativa.

Ciò consentirà - ed è questo il secondo obiettivo - tempi rapidi. Il nuovo trattato di riforma dovrà essere firmato, in ogni caso, entro la fine del 2007, in modo da poter dedicare un anno intero alle ratifiche, prima della scadenza elettorale del 2009, perché i cittadini europei siano chiamati a votare nel quadro di istituzioni rinnovate più efficaci, più democratiche e più forti.

Come tutti i compromessi, anche quello raggiunto dal Consiglio europeo ha avuto dei costi. D'altro canto, la storia dell'integrazione europea è storia di compromessi, di accordi, di passi graduali.

Per chi avrebbe voluto, come l'Italia, maggiori progressi sulla via dell'integrazione politica, il prezzo pagato è stato, per riprendere le parole del Presidente della Repubblica pronunciate recentemente a Lisbona, la riduzione delle ambizioni costituzionali dell'Unione. Non è prezzo di poco conto, e ne sono prova la rinuncia al termine Costituzione e ai simboli dell'Unione, insieme a vari punti di arretramento.

Se la delusione è comprensibile negli ambienti, nei Paesi e tra le forze più impegnati nel senso dell'integrazione politica dell'Europa, tuttavia, la valutazione d'insieme deve, a mio giudizio, essere positiva e ciò per due ragioni.

La prima è una ragione essenzialmente politica: la paralisi europea è finita. Paesi chiave, anzitutto la Francia, dopo le elezioni presidenziali con Sarkozy alla guida del Paese, sono tornati nel gioco europeo con una funzione attiva.

La seconda ragione è che il compromesso raggiunto preserva, comunque, la parte qualificante di quello che potremmo definire il legato costituzionale del 2004. Ciò è anche risultato di una battaglia coerente, condotta dal Governo italiano insieme ai Paesi che, in modo più attivo, si sono impegnati a favore della innovazione costituzionale: fra questi, la Spagna, il Belgio, l'Austria e numerosi Paesi europei.

Le innovazioni istituzionali sono state largamente preservate, con un Presidente del Consiglio europeo stabile, eletto per due anni e mezzo, ed un Alto rappresentante per gli Affari esteri e la Sicurezza, che ha perduto il nome di Ministro degli Esteri europeo, che, a mio giudizio, sarebbe stato migliore. Tuttavia, egli ha mantenuto le prerogative e le funzioni previste dal Trattato costituzionale: disporrà del servizio delle relazioni esterne e sarà, al tempo stesso, Segretario del Consiglio e Vice presidente della Commissione. Dunque, una posizione assai rafforzata che rappresenta in modo felice una sintesi tra la dimensione intergovernativa e quella comunitaria, le due grandi dimensioni dell'integrazione politica dell'Europa.

La Commissione esce politicamente rafforzata dalla riduzione del numero dei commissari e dall'elezione parlamentare del suo Presidente che, dunque, avrà una legittimazione simile a quella di un Capo di Governo nella dimensione continentale.

A questo si aggiunge che il sistema di voto a doppia maggioranza, anche con quello slittamento temporale che alla fine ha consentito di superare il veto polacco, rafforzerà la capacità di decisione dell'Unione. L'estensione significativa del voto a maggioranza qualificata e delle procedure di codecisione sono anche essi momenti di rafforzamento della capacità democratica di decidere dell'Unione, in particolare con il ricorso alla maggioranza qualificata in molte nuove politiche che hanno un valore fondamentale, come quella della immigrazione.

Bisogna aggiungere la personalità giuridica dell'Unione, il mantenimento del carattere vincolante dei diritti, sebbene sulla base di una norma di rinvio e con una clausola opt out per il Regno Unito e le nuove disposizioni, a mio giudizio di grande rilievo, sulla solidarietà energetico, sul mutamento climatico, sulla difesa e sulle cooperazioni rafforzate.

Insomma, il quadro è - lo ripeto - un quadro nel quale le nuove regole appaiono in larga misura preservate e nelle condizioni di essere alla base di una rinnovata stagione di integrazione. È indubbio che la Germania abbia svolto insieme alla Francia un ruolo particolare, nella ricerca di questo compromesso, naturalmente dovuto non soltanto al grande peso che la Germania esercita, ma anche al ruolo di presidenza che in questa fase così delicata è stato svolto dal Governo tedesco.

Ma è indubbio che anche i Paesi che di più si sono battuti per preservare il Trattato costituzionale - fra questi l'Italia - hanno svolto un ruolo importante nel creare le condizioni di un compromesso avanzato e il Governo ha potuto svolgere un'azione coerente a sostegno della mediazione tedesca anche grazie a quella posizione favorevole all'integrazione europea che nel nostro Paese fortunatamente unisce la grande maggioranza delle forze politiche che si sono espresse nella ratifica del Trattato costituzionale e poi nel conferire al Governo il mandato di difendere, nella misura del possibile, le riforme che nel Trattato erano contenute.

Sottolineo questo aspetto, l'esigenza di coesione nazionale nelle scelte europee, perché dobbiamo essere consapevoli della fase in cui siamo entrati, una fase segnata da un forte ritorno degli Stati nazionali, anche sul tavolo europeo. L'Europa allargata funzionerà sempre di più sulla base di stimoli e iniziative di coalizioni flessibili tra i Paesi che vorranno, ma insieme sapranno, costruire una cooperazione più stretta in settori specifici. In questo senso, le aree d'interesse prioritario per l'Italia sono, anche guardando a possibili cooperazioni rafforzate, il governo economico nell'area dell'euro, la sicurezza e l'immigrazione: sono punti di cui discutere e sono punti su cui costruire un progetto nazionale per l'Europa e insieme una capacità di alleanze per perseguirlo nel quadro delle istituzioni comuni.

In giugno, abbiamo anche potuto registrare un consenso europeo sulla battaglia promossa dall'Italia, relativa alla moratoria delle esecuzioni e per l'abolizione della pena di morte. Esiste oggi un impegno condiviso per la presentazione di una risoluzione alla 62a Assemblea generale delle Nazioni Unite. Come Governo e come diplomazia siamo da mesi impegnati nella costruzione di alleanze internazionali e per la presentazione della risoluzione. Registriamo progressi importanti, che ho avuto modo di constatare anche nel mio recente viaggio in Africa.

Diversi Paesi africani, anzitutto in Sud Africa, saranno certamente tra i cosponsors di questa iniziativa. Il sostegno europeo all'azione italiana sulla moratoria della pena di morte preme alla costanza dell'azione delle organizzazioni della società civile che da tempo si battono per questo obiettivo, ma anche dell'azione svolta dal Parlamento, dalla diplomazia italiana e dal Governo. È anche questo, dunque, un risultato da ascrivere al fatto che il Paese è unito in questa battaglia di civiltà, dimostrando una armonia di intenti e una comunanza di fini che purtroppo non è così frequente nel nostro Paese. Attualmente, in ambito dell'Unione europea si stanno definendo gli ultimi dettagli del testo della risoluzione, sulla base di quello che abbiamo proposto al Consiglio affari generali del 18 giugno scorso.

Il vero e proprio banco di prova sarà l'assemblea generale, che si aprirà a New York il 25 settembre e che proseguirà nei mesi successivi. La risoluzione sulla pena di morte dal punto di vista procedurale dovrebbe prevedibilmente essere presentata dai Paesi dell'Unione europea e con un numero significativo di cosponsors verso la fine del mese di ottobre.

Fino a quel momento resteremo impegnati, insieme alle altre capitali europee, in un'azione di sensibilizzazione dei potenziali sostenitori della risoluzione così da raggiungere il più ampio numero di sostegni di Paesi appartenenti a tutti i gruppi regionali.

L'azione dell'Unione europea coinvolgerà già nel mese di luglio - che è in atto - anche le principali ONG attive contro la pena di morte, poiché si è convenuto dell'utilità di coinvolgere tutte le espressioni della società civile internazionale attive nell'ambito della lotta alla pena di morte, sia a Bruxelles, che a New York, dove in occasione dell'apertura dell'Assemblea generale promuoveremo un grande incontro dei Paesi e delle organizzazioni favorevoli a questa battaglia.

L'azione dell'Italia sul fronte della moratoria è una testimonianza del ruolo attivo e capacità propositiva del nostro Paese alle Nazioni Unite, un ruolo che è stato confermato e rafforzato dalla nostra elezione al Consiglio di sicurezza nell'ottobre scorso e lo è ancora di più a seguita della successiva elezione del nostro Paese nel Consiglio sui diritti umani.

L'azione complessiva dell'Italia a New York, come del resto a Ginevra per quanto riguarda i diritti umani, ha sempre tentato di valorizzare, per quanto possibile, il coordinamento europeo nella convinzione che una maggiore coesione e maggiori responsabilità dell'Europa nella gestione della sicurezza internazionale siano una delle condizioni per un multilateralismo efficace.

Permettetemi un'ultima notazione su questo: per quasi mezzo secolo l'Italia è stata un Paese consumatore di sicurezza prodotta e garantita da altri. Nella rigidità del mondo bipolare la nostra collocazione geopolitica rimediava anche alle nostre debolezze interne. Oggi, nel disordine post‑bipolare ciò non è più vero: dobbiamo produrre la nostra quota di sicurezza, assumendoci responsabilità nazionali dirette se vogliamo contribuire ad un sistema multilaterale che funzioni. Partecipare alle missioni internazionali, sulla base dei principi che riprenderò in conclusione, esprime il senso di questo cambiamento strutturale e cioè quello di un Paese che intende partecipare, nei limiti delle sue possibilità, in modo attivo alla garanzia della sicurezza internazionale, da cui dipende anche la sicurezza del nostro Paese.

Le dimensioni stesse della sicurezza, d'altra parte, si sono profondamente modificate rispetto al passato.

Il vertice G8 di Heiligendamm è stato dominato da due nuove dimensioni della sicurezza: il rischio ambientale e i rischi legati agli squilibri economici globali, alle crescenti disuguaglianze, con particolare attenzione ai temi del sostegno allo sviluppo dell'Africa.

Nella lotta al cambiamento climatico le posizioni di partenza divergevano notevolmente, in particolare tra gli europei e gli Stati Uniti. La mediazione della Presidenza tedesca ha tuttavia consentito qualche progresso: gli Stati Uniti sono passati da un sostanziale rifiuto del processo di Kyoto ad un attivo coinvolgimento nella ricerca di soluzioni che permettano di allargare gli impegni a Paesi come l'India e la Cina. L'accordo raggiunto al G8 riconosce alle Nazioni unite il ruolo di principale foro negoziale. Le iniziative americane, tra cui una conferenza internazionale, dovranno portare a definire entro il 2008 un global framework per poi confluire in un accordo globale entro il 2009. Nell'avvio di questo processo peseranno le decisioni assunte dal Consiglio europeo, le decisioni del Canada e del Giappone che, come è noto, impegnano a dimezzare le emissioni entro il 2050.

In materia di sviluppo dell'Africa il G8 ha confermato e rafforzato gli impegni internazionali a favore degli obiettivi del millennio. È un terreno, quello dei livelli di aiuto pubblici allo sviluppo, su cui l'Italia si trova in chiara difficoltà per i tagli operati negli anni passati. Il Governo è riuscito a invertire la tendenza con la finanziaria del 2006 e, come annunciato nel Documento di programmazione economico-finanziaria, intende consolidare la tendenza alla crescita nel 2007.

A questo riguardo, mi sembra opportuno aprire una parentesi su un aspetto non secondario ed anzi qualificante del modo in cui il Governo interpreta il ruolo dell'Italia nel campo delle relazioni internazionali. Mi riferisco alla cooperazione e allo sviluppo: gli stanziamenti previsti dalla legge finanziaria per il 2007 hanno comportato un notevole incremento dei fondi ad essa dedicati, passati dai circa 380 milioni di euro del 2005 a oltre 600 milioni. A tale cifra devono poi aggiungersi i fondi destinati dal Governo all'azione di cooperazione in Afghanistan, Libano e sud del Sudan, pari ad ulteriori 55 milioni di euro.

Tale aumento ha rappresentato un segnale indubbio della rilevanza che il Governo intende attribuire all'attività di cooperazione. Si tratta, peraltro, di una chiara indicazione della determinazione a rispettare gli impegni assunti in sede ONU e Unione Europea, che prevedono un costante aumento della percentuale di aiuto pubblico allo sviluppo sul PIL al fine di raggiungere l'obiettivo dello 0,7 per cento nel 2015. In questo senso sono chiare le previsioni del DPEF: uno stanziamento complessivo per la cooperazione consentirà di raggiungere lo 0,33 per cento del PIL nel 2008; lo 0,42 l'anno successivo e lo 0,51 nel 2010. Si tratta di impegni molto rilevanti e si tratta di uno dei principali impegni della nostra politica estera, dato che la lotta alla povertà e il sostegno allo sviluppo in particolare - ma non soltanto - nel continente africano rappresentano le condizioni fondamentali per una crescita equilibrata, per una riduzione delle disuguaglianze ed anche per poter governare in modo efficace e giusto i grandi flussi migratori e i grandi problemi della sicurezza.

Nell'immediato, attraverso l'aumento dei fondi stabilito dalla legge finanziaria in corso, é stato, tra l'altro, possibile riprendere il versamento dei contributi volontari alle organizzazioni internazionali che aveva raggiunto il livello minimo con notevole perdita d'immagine per il Paese e assicurare un rinnovato finanziamento alle organizzazioni non governative e mettere in opera una ripresa consistente degli aiuti bilaterali a gestione diretta.

Non da ultimo, la cooperazione allo sviluppo del Ministero degli esteri é stata in grado di assolvere all'impegno di versare la quota prevista al fondo globale contro l'AIDS, la tubercolosi e la malaria (quota che era arretrata rispetto a quanto era dovuto nel 2005), mentre il Governo si è impegnato ad erogare le successive somme promesse consentendo all'Italia di riprendere con qualche credibilità la sua iniziativa a favore dei Paesi più svantaggiati.

Per tornare al Vertice G8, proprio ad Heiligendamm è emerso un messaggio significativo in tema di lotta alle grandi endemie, confermando gli sforzi verso l'obiettivo dell'accesso universale alle cure per l'AIDS e il rifinanziamento del fondo globale. Ai partner G8 il Presidente del Consiglio aveva già anticipato la volontà di riportare in linea, com'è poi avvenuto in occasione dell'assestamento di bilancio, il contributo italiano al fondo globale.

Il G8 si è, infine, impegnato a sostenere il rafforzamento delle istituzioni africane, inclusi gli organismi di sicurezza regionali e in questo ambito é stata approvata la proposta italiana di costituire una rete di centri di formazione di peacekeeper africani.

L'importanza che l'Italia attribuisce agli sviluppi del continente africano é stata confermata dalle scelte bilaterali, tra cui la recente visita del Capo dello Stato in Ghana, la visita che ho compiuto insieme al ministro Bonino in Sudafrica anche insieme ad un'importante missione imprenditoriale, seguita dalle tappe di lavoro in Mozambico e nel Congo.

Il Governo ritiene che questa attività bilaterale sia funzionale alla preparazione del vertice Europa‑-frica, che dovrà tenersi - dopo un'interruzione di ben sei anni - nel dicembre prossimo e che rappresenterà - credo - l'appuntamento più rilevante nel corso dell'autunno‑inverno, prima della fine dell'anno. È evidente che l'Europa è in un rischioso ritardo, specie se consideriamo l'attivismo della Cina e degli Stati Uniti, in un continente decisivo per la lotta alla povertà, per i problemi migratori e per le questioni emergenti. Il nuovo impegno di Parigi sulla questione del Darfur, appoggiato da Londra, ma anche da Roma, potrebbe segnare un salutare risveglio.

Passo ora al principale evento internazionale promosso dall'Italia nelle ultime settimane, e cioè la Conferenza sulla Rule of law in Afghanistan, che si è svolta il 2 e il 3 di luglio. Come sapete, la conferenza di Roma ha visto la partecipazione di 26 delegazioni di Paesi ed organizzazioni internazionali e gli interventi del presidente afghano Karzai, del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, del segretario generale della NATO, della Presidenza di turno dell'Unione europea, di molte altre autorità di Governo, di rappresentanti di organizzazioni non governative, di organismi e di agenzie internazionali.

Al di là del livello della partecipazione, che indica di per sé l'importanza attribuita dalla comunità internazionale alla riunione di Roma, ritengo importante sottolineare la concretezza dei risultati raggiunti. La Conferenza ha permesso di costruire un nuovo consenso da parte delle autorità afghane e della comunità internazionale su un punto chiave: la costruzione dello Stato di Diritto come condizione della convivenza civile e politica in Afghanistan e come presupposto della stabilizzazione del Paese.

Non si è trattato di un consenso retorico, su questa base e sulla base dell'impegno afghano, alla presentazione di un piano sulla giustizia, controllato e monitorato internazionalmente: sono stati raccolti nuovi finanziamenti per complessivi 360 milioni di dollari, un ammontare superiore alle aspettative, che è testimonianza - direi, in questo caso, concreta - del successo della Conferenza.

Nello stesso tempo, questa è stata anche occasione per una discussione politica sulle prospettive della presenza internazionale in Afghanistan. È evidente che la vera battaglia da vincere, per il Governo afghano e per la comunità internazionale, è quella del consenso e della fiducia della popolazione afghana. È un punto centrale, sul quale il Governo italiano richiama l'attenzione da mesi, in sede ONU e in sede NATO, con la credibilità che gli deriva dal fatto di figurare tra i Paesi maggiormente impegnati nella missione ISAF su mandato del Consiglio di Sicurezza. Tuttavia, siamo convinti che questa insistenza debba continuare, dal momento che è evidente che, senza progressi concreti e rapidi nelle condizioni di vita degli afghani, non si riuscirà a garantire la stabilità del Paese.

È altrettanto evidente quanto sia importante assicurare che le operazioni di contrasto al terrorismo, per quanto necessarie ai fini della sicurezza, non continuino sistematicamente a causare vittime tra la popolazione civile. Si tratta di danni e di vittime inaccettabili sul piano morale, che, nello stesso tempo, finiscono per compromettere la stessa immagine della presenza internazionale e per indebolire il Governo e le istituzioni democratiche dell'Afghanistan. Su questo tema, anche per iniziativa italiana, vi è stato un confronto nelle sedi internazionali, allo scopo di trovare un equilibrio migliore fra esigenze di sicurezza, di ripresa civile del Paese, di difesa e di tutela delle popolazioni afghane.

Sono temi di cui si è discusso anche nella Conferenza di Roma. Sono temi su cui il Governo italiano continuerà a impegnarsi in sede internazionale, anche nella prospettiva di quella conferenza per la pace in Afghanistan che rimane un nostro obiettivo strategico.

Com'è noto, il Paese è impegnato anche su altri fronti. In alcuni casi, il nostro impegno militare di sicurezza si colloca nel quadro di operazioni NATO su mandato delle Nazioni Unite, com'è il caso della nostra oramai decennale presenza nella K-FOR in Kosovo, tema su cui tornerò dopo e che si presenta come uno dei punti più delicati nell'agenda attuale della politica internazionale.

Più frequentemente, siamo impegnati nell'ambito di missioni di pace dell'ONU, come nel caso dell'UNIFIL, ma anche di altre missioni mediorientali (United Nations Truce Supervision Organization), della forza di peacekeeping a Cipro e della missione di monitoraggio alla frontiera tra India e Pakistan. Sempre più spesso, inoltre, partecipiamo a missioni promosse dall'Unione Europea, come in Bosnia, nel Sudan, nel Congo o in altre aree del Medio Oriente.

Ho avuto modo in passato di illustrare il contenuto di tali missioni al Parlamento. Preferisco concentrarmi, dopo aver parlato dell'Afghanistan, sulla missione UNIFIL in Libano, visto il ruolo svolto dall'Italia che ne ha il comando e che è stata senza alcun dubbio il principale Paese promotore di quest'iniziativa internazionale. La missione internazionale in Libano è, in effetti, diventata uno dei banchi di prova fondamentali della possibile efficacia di un'azione internazionale in un quadrante decisivo come quello del Medio Oriente.

A quasi un anno dal rafforzamento di UNIFIL, la significativa presenza internazionale del contingente ONU (oltre 13.000 militari) ha permesso alle legittime autorità libanesi, per la prima volta in trenta anni, di riprendere il controllo del territorio del Paese a sud del fiume Litani. Non va dimenticato che lo spiegamento di UNIFIL, rafforzata nell'estate del 2006, è stato essenziale per il cessate il fuoco, per la difesa della democrazia libanese e per consentire l'interruzione del conflitto che fu provocato da Hezbollah, ma che Israele ha gestito - come dimostrano i lavori della Commissione Winograd - compiendo notevoli errori.

Analizzato un anno dopo e considerate le ricostruzioni della crisi del 2006, lo spiegamento del contingente internazionale è stato una decisione utile e giusta. Tuttavia, sarebbe perfettamente inutile nascondersi che la situazione sul terreno resta quanto mai complessa e a forte rischio. La tesi del Governo italiano è sempre stata che la missione internazionale non avrebbe potuto da sola risolvere i problemi del Paese in assenza di un processo politico interno e di un processo di distensione regionale.

Vi sottopongo alcuni elementi di valutazione su questi due punti: sul piano della sicurezza, continuano a preoccupare le informazioni sul contrabbando di armi che affluirebbe in Libano dalla Siria, soprattutto - bisogna dirlo - al di fuori dell'area di responsabilità di UNIFIL, nonostante il divieto imposto dalla risoluzione n. 1701. La presentazione al Segretario generale, lo scorso 26 giugno, del rapporto redatto dalla missione Libat - che aveva il compito di verificare la situazione dei confini libanesi - fa stato di un livello di controllo dei confini tra Libano e Siria insufficiente a consentire un'efficace prevenzione.

L'attacco del 24 giugno scorso contro un convoglio UNIFIL nel Sud del Libano, in cui hanno perso la vita sei caschi blu spagnoli e colombiani, ha confermato che il compito del contingente internazionale non è certo esente da rischi. Il Governo italiano ha predisposto misure di massima sicurezza per i nostri soldati. L'Italia è consapevole dei rischi, ma è anche conscia della validità svolta dal nostro contingente nel Libano meridionale. Conferma tale validità la richiesta del Governo Siniora a fine giugno di estendere di un anno, fino al 31 agosto 2008 e senza emendamenti, il mandato di UNIFIL.

Ne discuteremo nel corso del mese di agosto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Cresce, intanto, dopo gli scontri ancora in corso nel campo profughi di Nahr el-Bared tra le forze armate libanesi e le milizie di Fatah al-Islam, il timore di un allargamento a macchia di leopardo dei focolai di tensione tra le forze armate libanesi e i movimenti di matrice estremista, in parte palestinesi, in parte provenienti da altri Paesi arabi che hanno messo radici all'interno dei campi profughi palestinesi.

La situazione interna libanese resta quindi assai critica. L'omicidio lo scorso 13 giugno del deputato della maggioranza Walid Eido fa temere una ripresa della stagione del assassini politici dopo l'istituzione del tribunale internazionale per i responsabili dell'assassinio di Hariri. È decisivo, di fronte ai tentativi di destabilizzazione del Libano, rafforzare il sostegno della comunità internazionale al Governo Siniora, cercando di favorire il superamento di una paralisi politica interna in corso dal novembre scorso, ossia dalle dimissioni dall'Esecutivo Siniora dei cinque ministri di confessione sciita.

Le aspettative di un accordo per la formazione di un Governo di unità nazionale quale via d'uscita dalla crisi in atto non si sono per ora concretizzate e potrebbero essere ulteriormente complicate dall'avvicinarsi della scadenza presidenziale. Il mandato dell'attuale Capo dello Stato giungerà a termine il 24 novembre prossimo e il primo scrutinio avrà luogo il 25 settembre. La ricerca di una figura di compromesso, che il patto non scritto del '43 prevede sia ancora un cristiano maronita appare ardua. La maggioranza di Siniora teme che concessioni alle forze dell'opposizione su tale terreno possano portare alla presidenza un'altra figura marcatamente filosiriana, mentre l'opposizione ha già dichiarato che in mancanza di un accordo non favorirà il raggiungimento del quorum per l'elezione del nuovo Capo dello Stato. È dunque evidente che la situazione appare complessa e che anche interferenze esterne continuano a costituire un forte ostacolo all'avvio di un positivo dialogo.

Da questo punto di vista è stata positiva l'iniziativa assunta dalla Francia, anche se la Conferenza di La Celle Saint Cloud, promossa dal 14 al 16 luglio scorso, che pure ha rappresentato un passo importante, tuttavia non ha rappresentato un passo sostanziale. Si è trattato per la prima volta dopo vari mesi di un incontro a cui hanno partecipato i rappresentanti politici di tutti gli schieramenti libanesi, inclusi gli Hezbollah, invitati dal governo Sarkozy, ma la mancata intesa sul documento politico conclusivo non è stata certo un segnale incoraggiante. Il Governo di Parigi intende tuttavia continuare in questo impegno, anche con una visita del Ministro degli esteri francese a Beirut. Si tratta di un impegno positivo al quale l'Italia è pronta a dare anche il suo contributo.

In questo quadro, che è certamente rischioso, sembra emergere almeno una comune consapevolezza, cioè che la soluzione dell'attuale crisi del Libano continua ad essere condizionata da decisioni che vengono prese al di fuori del Libano, in modo particolare in Iran per la forte influenza che l'Iran esercita su Hezbollah, ma anche in Siria dato che quel Paese non sembra avere rinunciato alle pretese di influenza sul Libano, ed anche in Arabia Saudita per i forti legami con il Libano e con la famiglia Hariri, e per la difesa che l'Arabia Saudita esercita degli interessi sunniti in Libano.

Anche in questo senso è in corso una iniziativa della diplomazia europea; sia la Francia che la Spagna che la Germania, si stanno adoperando attraverso missioni politiche e diplomatiche per esercitare una pressione sui Paesi interessati, allo scopo di favorire un'intesa. Resta cruciale in questo quadro l'atteggiamento siriano; non è chiaro quale sistema di incentivi e di disincentivi potrebbe spingere la Siria ad associarsi in modo cooperativo ad uno sforzo di stabilità del Libano, ma è fondamentale continuare a spingere Damasco in questa direzione ed è un impegno al quale non può sottrarsi nessun Paese che voglia lavorare per la stabilità in quella parte del mondo. L'instabilità del Libano si connette all'acutizzarsi della crisi palestinese dopo il violento scontro tra Hamas e Fatah a Gaza.

Lasciatemi dedicare alcune riflessioni a questo tema che continuerà ad assorbire le energie dell'Italia, dell'Unione europea, degli Stati Uniti e dei Paesi arabi. La presa violenta del potere a Gaza da parte di Hamas, nel giugno scorso, ha posto fine alla fragile esperienza del governo di unità nazionale palestinese, nato dagli accordi della Mecca e appoggiato dal Quartetto. La guerra civile intrapalestinese ha segnato una drammatica separazione tra Gaza e la Cisgiordania con le implicazioni umanitarie che sono sotto gli occhi di tutti. Il 18 giugno, il Consiglio dei Ministri degli esteri dell'Unione Europea ha espresso forte preoccupazione per questi sviluppi e una ferma condanna per il colpo di mano militare di Hamas. Siamo oggi di fronte ad una spaccatura sia politica che territoriale della popolazione palestinese, con tutti i rischi che ciò comporta per la prospettiva di uno Stato democratico funzionante e unitario. È evidente che una futura ricomposizione sarà indispensabile per poter salvaguardare la prospettiva di una pacificazione fondata su due Stati indipendenti.

La gravità della crisi ha d'altro canto condotto ad una ripresa di attivismo diplomatico con alcune opportunità che dovranno essere colte rapidamente e gestite con lungimiranza. Anzitutto, la formazione del Governo guidato da Salam Fayad ha incoraggiato il dialogo bilaterale tra il premier israeliano Olmert e il presidente Abbas. Israele ritiene di poter finalmente contare su un interlocutore palestinese affidabile. Si sono avuti alcuni primi risultati concreti: l'accelerazione del rilascio dei 250 prigionieri palestinesi, di cui erano stati già concordati i nomi, l'alleggerimento della pressione dei posti di blocco in Cisgiordania, la ripresa parziale di trasferimenti finanziari e la sospensione dei mandati di cattura contro 178 esponenti di Fatah. Erano richieste attese da tempo, ma hanno anche segnalato una svolta nel rapporto bilaterale.

Per potere consolidare questa svolta dovranno, tuttavia, seguire - come ha auspicato il presidente Prodi nel corso della sua recente visita in Israele e nei territori - altre concessioni concrete, in particolare, sulla libera circolazione delle persone, che permettano di alleviare la condizione della popolazione palestinese, rafforzandone la leadership. In secondo luogo, e come ha confermato il vertice a quattro di Sharm el Sheikh di fine giugno, a cui hanno partecipato Mubarak, il Re di Giordania, il primo ministro Olmert e il presidente Abbas, Egitto e Arabia Saudita hanno deciso di impegnarsi direttamente e più attivamente per sostenere la ripresa del dialogo bilaterale tra Israele e il nuovo esecutivo palestinese.

La gravità della crisi di Gaza ha insomma consolidato gli spazi di convergenza tra Israele e una parte delle forze palestinesi; i principali attori regionali che avevano in questi mesi sostenuto il rilancio dell'iniziativa di pace della Lega araba. Si è inserito in questo quadro, infine, il discorso pronunciato il 16 luglio dal presidente Bush che ha in particolare avanzato la proposta di convocare in autunno una conferenza internazionale a cui parteciperebbero le parti, i Paesi vicini, gli Stati Uniti e i rappresentanti dei Paesi che sostengono la soluzione dei due Stati.

Come sapete, la necessità di una Conferenza internazionale per il rilancio del processo di pace figura da tempo tra le priorità diplomatiche indicate dall'Italia e dall'Europa. È una delle proposte avanzate nella lettera aperta dei dieci Ministri degli esteri europei, dell'Europa mediterranea e meridionale, tra cui la Francia, la Spagna e l'Italia, e rivolta al nuovo inviato del quartetto, Tony Blair. Ed è una proposta rilanciata nella Risoluzione sul Medio Oriente, approvata a larghissima maggioranza dal Parlamento europeo il 12 luglio scorso che, fra l'altro, per iniziativa di tutti i Gruppi del Parlamento europeo, riprende la lettera dei dieci ministri a Blair, definendola un messaggio incoraggiante, di sostegno alla sua missione, oltre che riprendere diversi concetti contenuti nella lettera. Ma si vede che quello è un ambiente lontano, dove la discussione è forse più serena. Chi lo sa! Comunque, è sempre possibile cambiare idea.

Lo stesso presidente Prodi ed io abbiamo ribadito a Tony Blair, negli incontri a Roma della settimana scorsa, il pieno appoggio dell'Italia: l'incarico del quartetto all'ex Primo Ministro britannico che dovrà, in particolare, promuovere il rafforzamento della struttura statale dell'autorità palestinese, segna di per sé un aumento del profilo europeo nella gestione della crisi mediorientale.

Nella proposta americana, la Conferenza internazionale avrà l'obiettivo di sostenere il processo bilaterale in corso, nella prospettiva della formazione di uno Stato palestinese, che sia accettabile anche per Israele ed abbia continuità territoriale. Le questioni più delicate sullo status finale verrebbero rinviate ad un momento successivo. Formato e ambizioni della Conferenza verranno discussi e chiariti nel corso delle prossime settimane.

Il Governo italiano ha commentato con favore questo impegno americano a favore di un accordo di pace israelo-palestinese. Nel frattempo, la proposta di una Conferenza internazionale è stata accolta in termini positivi, anche se con molte cautele da Israele, dalla Lega araba e dall'Arabia Saudita. Un appoggio esplicito alla proposta di Bush è stato espresso dal quartetto; il che vuol dire quindi, oltre che dagli Stati Uniti e dall'Europa, anche dall'ONU e dalla Russia, con la dichiarazione del 19 luglio scorso, dove si sostiene che la Conferenza dovrà fornire un sostegno diplomatico a negoziati bilaterali, che permettano di progredire con successo verso la creazione di uno Stato palestinese.

Il quartetto, ha anche auspicato un ampio coinvolgimento dei Paesi della regione, ribadendo l'importanza della iniziativa di pace della Lega araba. L'Italia si impegnerà in tal senso, in particolare per favorire una partecipazione dei Paesi arabi, inclusi quelli che non hanno relazioni diplomatiche con Israele, in particolare, l'Arabia Saudita.

La mia analisi è che esista una effettiva opportunità di avvicinamento tra Israele ed i Paesi arabi, cosiddetti moderati, ma che potrà essere colta solo se effettivamente si faranno progressi sul cammino della pace per i palestinesi e gli israeliani.

Più in generale, dunque, la nostra azione diplomatica su questo tema cruciale si muove su tre pilastri fondamentali: anzitutto, il sostegno al presidente Abu Mazen, agli sforzi per dare vita ad un Governo di unità nazionale prima ed oggi, dopo la crisi di Gaza, al Governo presieduto da Salam Fayad.

Ho visto che nelle polemiche condotte con la generosità di questi giorni si è messo in dubbio il sostegno dell'Italia, in particolare del Ministro degli affari esteri al Presidente palestinese.

Ora, io penso che questo sarà un argomento che farà sorridere i palestinesi, nel senso che tutti sanno, almeno loro, quanto sia forte il legame, non solo politico, ma anche - consentitemi questa digressione - personale. Io fui inviato nei territori palestinesi dall'Organizzazione internazionale socialista allo scopo di incoraggiare il presidente Arafat a nominare Abu Mazen Primo Ministro e svolsi la mia missione nel segno non soltanto di un costante impegno politico nella regione - che a vario titolo mi impegna da molti anni - ma anche nel segno di una forte solidarietà personale verso uno degli esponenti che, senza dubbio, ha dato il contributo più coraggioso alla prospettiva della pace. Forse lo si sarebbe potuto sostenere con maggiore generosità quando egli era al Governo, prima che si svolgessero le elezioni, che furono poi vinte da Hamas, forse anche perché allora egli non era stato sostenuto con sufficiente generosità dalla comunità internazionale. Chiudo qui questa digressione di carattere personale, che poi è una testimonianza.

Sostenere Abu Mazen significa intensificare ed accelerare gli aiuti ed anche incoraggiare le riforme fondamentali per quanto riguarda lo Stato di diritto e la lotta alla corruzione. Sono parametri cruciali per rafforzare l'immagine e la legittimità della leadership palestinese presso i palestinesi e quindi per allargarne le basi di consenso. L'appoggio che noi forniamo al presidente Abbas si combina alla convinzione che sarà anche necessaria una ripresa del dialogo politico interno ai palestinesi, in uno spirito di ricomposizione nazionale che possa prevenire la spaccatura permanente, politica e geografica, tra Gaza e la Cisgiordania. È appunto questa la linea sostenuta dai Governi dell'Europa mediterranea, di destra e di sinistra, e dal Parlamento europeo, con voto quasi unanime.

In secondo luogo, l'Italia ha sostenuto e sostiene che sia anche nell'interesse di Israele garantire alla parte palestinese risultati concreti, tangibili e immediati. Si sono registrate alcune prime decisioni positive ma dovranno seguirne altre, in particolare sulla mobilità delle persone e per quanto attiene al congelamento degli insediamenti, oltre che alla rimozione dei cosiddetti avamposti illegali, come si dice nell'ultima raccomandazione del quartetto. Si tratta di passi essenziali per accrescere la fiducia tra le parti, per rafforzare la leadership palestinese, e per riaprire quell'orizzonte politico in direzione di un futuro Stato palestinese, senza il quale, inevitabilmente, le posizioni più estremistiche continueranno ad avere forza e consenso tra i palestinesi.

Infine, è decisivo evitare una crisi umanitaria a Gaza. La comunità internazionale non può consentire un collasso umanitario, chiunque comandi a Gaza. È una situazione che preoccupa gravemente. I rapporti delle Nazioni Unite su Gaza indicano la realtà di un territorio vicino al collasso, dove l'esasperazione della gente rischia di raggiungere livelli incontrollabili. È uno scenario che prelude al rischio di un'ulteriore radicalizzazione, il che certamente sarebbe assai rischioso.

A me sembra evidente che mentre sosteniamo con convinzione l'Esecutivo di Salam Fayad dobbiamo porci il problema di come evitare un'ulteriore radicalizzazione e una frattura infrapalestinese, che alla lunga non favorisce la pace, né garantisce la sicurezza di Israele. Era questo lo spirito di un passaggio della lettera aperta dei dieci Ministri degli esteri dell'Unione Europea, che vi leggo: «Non bisogna spingere Hamas verso un'escalation estremistica. Bisogna riaprire la frontiera tra Gaza e l'Egitto.

Bisogna facilitare il transito fra Gaza e Israele. Bisogna incoraggiare l'Arabia Saudita e l'Egitto a ristabilire il dialogo tra Fatah e Hamas».

Come vedete, questa lettera non propone, né ho mai proposto che la comunità internazionale apra negoziati diretti con Hamas. Ciò che si sottolinea è la necessità di evitare l'isolamento di Gaza, il rafforzamento del radicalismo di Hamas, di spingerla fra le braccia di Al Qaeda, e la necessità di incoraggiare la ripresa di un processo palestinese di riconciliazione nazionale.

Queste sono le posizioni - ripeto - sostenute dall'insieme dei Paesi europei del Mediterraneo e dal Parlamento europeo, alle quali si ispira anche la politica del Governo italiano. La linea diplomatica del Governo italiano è coerente con quella dell'Unione europea e del Quartetto.

Siamo impegnati con i nostri partner europei e internazionali a mettere fine al conflitto israelo-palestinese; sosteniamo il dialogo tra le parti; siamo a favore di una Conferenza internazionale che faccia seriamente avanzare il processo negoziale verso due Stati.

Auspichiamo, nello stesso tempo, che la logica dello scontro tra i palestinesi possa essere superata anche attraverso un dialogo che premi le posizioni favorevoli alla pace. L'alternativa, una guerra civile su vasta scala, sarebbe una tragedia per i palestinesi e anche una seria minaccia per la sicurezza di Israele.

Mi sia consentito, da ultimo, di parlare brevemente della situazione del Kosovo, l'altro tema di grande attualità che ci coinvolge direttamente per la presenza dell'Italia in quel Paese con 2.000 militari, con la responsabilità di una parte del Kosovo e per la nostra presenza nel Gruppo di contatto e nel Consiglio di Sicurezza. Si tratta quindi di una questione che ci coinvolge a vario titolo e che rappresenta un banco di prova assai complesso per la comunità internazionale.

Come è noto, l'Italia ha espresso un sostegno alla proposta avanzata dal negoziatore delle Nazioni Unite, Martii Ahtisaari, che prevede una sorta di indipendenza sotto supervisione internazionale del Kosovo, da realizzarsi in particolare sotto la responsabilità dell'Unione Europea.

Abbiamo lavorato sempre perché ad una soluzione di questo tipo si potesse e si possa arrivare attraverso la condivisione delle parti interessate, innanzitutto i serbi e i kossovari. Abbiamo lavorato essenzialmente per aiutare la Serbia, che è un Paese amico e a noi vicino, a chiudere l'ultimo capitolo di una vecchia e drammatica storia, in modo da concentrarsi su una nuova agenda, quella della sua piena integrazione in Europa.

In questo senso l'Italia si è battuta perché riprendessero i negoziati tra Unione europea e Serbia per un accordo di associazione, situazione che finalmente si è verificata. Siamo giunti nelle scorse settimane a uno snodo decisivo.

Nel Consiglio di Sicurezza non ci sono le condizioni per approvare una nuova risoluzione. La minaccia di un veto russo e la pressione che è venuta da altre parti per un'accelerazione unilaterale del processo hanno messo l'Europa in una situazione difficile.

È importante che si sia riusciti intanto a raggiungere un accordo per evitare lo scontro alle Nazioni Unite e lo scenario drammatico di un veto, e per rilanciare un negoziato diretto tra le parti che dovrebbe avvenire sotto l'egida di una troika: un rappresentante americano, uno russo e uno europeo.

Ieri nel Consiglio europeo si è discusso se il rappresentante europeo dovesse essere un rappresentante dei quattro Paesi che fanno parte del Gruppo di contatto. L'Italia si è battuta perché il rappresentante europeo sia un rappresentante dell'Unione Europea ed essendo il nostro Paese parte del Gruppo di contatto, questa posizione è stata apprezzata. Alla fine si è deciso che l'Alto rappresentante per la politica estera europea, previa consultazione dei Paesi più direttamente interessati, sceglierà il suo inviato come rappresentante dell'Europa.

Riponiamo speranza in questo negoziato bilaterale, cui l'Europa dovrà dare un grande impulso, considerata la sua funzione chiave nella Regione. Il futuro della Serbia non può prescindere dall'Unione europea, né può esservi un'indipendenza del Kosovo senza l'assistenza europea: la chiave, dunque, è in Europa e l'Europa deve riuscire ad esercitare la sua autorevolezza, spingendo verso un accordo che ponga fine, in questo modo, al lungo conflitto balcanico. Ciò è essenziale per aprire non soltanto alla Serbia e al Kosovo, ma a tutti i Paesi dei Balcani occidentali, la prospettiva di un'integrazione nell'Unione europea, che è l'unica prospettiva nella quale la lunga guerra civile balcanica potrà essere considerata conclusa.

Le missioni internazionali, quindi, sono parte della trama di una complessa politica estera che si misura con sfide difficili e cruciali cui l'Italia cerca di dare il suo contributo. Queste missioni sono coerenti con la scelta del nostro Paese, direi con il dettato costituzionale, con una Costituzione che impone al nostro Paese i vincoli che derivano dalla nostra adesione agli organismi internazionali. Queste missioni sono coerenti con la necessità di una forte assunzione di responsabilità, da cui dipende anche l'efficacia di una politica multilaterale che, se non produce pace e sicurezza, non serve a nulla. Infine - voglio dirlo - queste missioni sono una garanzia per la difesa degli interessi nazionali, evidentemente connessi al mantenimento della pace nelle Regioni cruciali che interagiscono con il nostro Paese.

Si tratta dei criteri che devono trovare rispondenza nell'azione internazionale sul terreno, nonché di criteri che devono continuamente trovare conferma e sostegno nel Parlamento e nell'opinione pubblica.

In conclusione, credo - lasciatemi dire - che questo sostegno e questa fiducia sia stata meritata pienamente, innanzitutto, dai nostri militari impegnati in missioni internazionali. Essi sono tra i più apprezzati in questo tipo di lavoro e non perché assistono i bambini, come si dice ironicamente: sicuramente si tratta anche di questo, visto che, d'altro canto, una missione di pace comporta anche una dimensione umanitaria. Penso che i nostri militari siano apprezzati per il fatto che sanno combinare l'efficienza militare ad una grande capacità politica: creare la pace non è soltanto il compito di chi fa la sentinella contro i violenti, ma è anche il compito di chi sa disarmare gli animi e preparare le persone alla cultura della pace.

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